Spinto dalla voglia di motivarlo ad aggiornare il suo blog e di vederlo creare nuove produzioni musicali con Reason, dedico questo post al mio amico GioUd e al suo blog: OGMLignanese. Tutti i video e le canzoni presenti (per ora due ma ne arriveranno altri, ne sono sicuro) sono fatte da ragazzi del posto e un giorno forse riuscirò a pubblicarne pure uno io…
Due per ora sono i video presenti nel blog, il primo pubblicato si chiama semplicemente #1 mentre il secondo è intitolato S-Trip In Nature. Li potete vedere visitando il blog in questione, linkato qua sotto o a destra del mio blog:
E con Steve Earle arriva il bis: dopo la data milanese alla “Salumeria Della Musica” di due giorni prima, vado a sentire il musicista “alt-country” in quel di Faenza, e più precisamente al Teatro Masini. L’atmosfera è molto differente rispetto all’esibizione del primo dicembre: posti a sedere numerati, un pubblico che per la maggior parte non conosceva il grande artista, un atteggiamento più freddo sia da parte di Steve che dei comunque entusiasti ascoltatori. La bellezza nel vedere due giovani che ascoltavano Mr. Earle seduti a gambe incrociate sul palco solamente due giorni svanisce di fronte alla formalità di un concerto che comunque non poteva andare diversamente, vista la location (bellissima comunque) scelta per la sua terza e ultima data italiana. La scaletta è invariata rispetto alla data milanese, così come i molti aneddoti riguardanti il compianto Townes Van Zandt raccontati dall’autore di “Guitar Town”… se avessi avuto l’occasione di vederlo all’opera solamente in questa data avrei comunque detto “Grandissimo concerto”… il fatto di averlo visto all’opera a Milano in un ambiente “più alla sua portata” mi porta a dire che quello di Faenza è stato un “discreto concerto”…
ma alla fine dei conti la differenza essenziale tra i due concerti qual’è stata? semplicemente la diversa interazione con il pubblico, complice come già stato detto le due differenti location. Concerto comunque promosso.
E niente foto nè video questa volta, perchè non potendo usare il flash la mia distrutta macchina fotografica ha fatto sì e no una decina di foto, tutte di qualità altamente discutibile…
p.s. grande Joe Pug che al termine dell’esibizione al tavolo del merchandising mi ha riconosciuto come colui che gli ha comprato il disco due giorni prima
Chi c’era al Palalido il 2 dicembre a vedere gli Alice In Chains almeno per un secondo non può non aver pensato ad una delle voci più magnetiche e “psichedeliche” che la musica abbia mai avuto… sette anni dopo la morte di Layne Staley una delle più conosciute band del “panorama grunge” rinasce dalle sue stesse ceneri pubblicando un album (che ancora non ho ascoltato) e partendo per un tour mondiale, all’insegna del convincimento che anche senza una grande voce quale quella del defunto cantante gli Alice In Chains non erano solo Layne e Co, ma anzi dimostrando che se c’è un leader in questo gruppo, ebbene era, è e sarà Jerry Cantrell: trovato in William DuVall la nuova “prima voce” degli AiC, la band pubblica “Black Gives Way To Blue”, per arrivare il 2 dicembre a Milano per l’unica data italiana del loro tour.
Lasciamo alla musica quello che le parole non possono spiegare: in un attimo svaniscono le diffidenze e le paure legate a questo comunque atteso ritorno. Rain When I Die è pura potenza e armonia ed è la canzone adatta per aprire questo concerto che alla fine si rivelerà uno dei più belli che io abbia mai assistito: grazie Layne, non credo ti sentirai offeso da lassù per questi Alice In Chains che saranno comunque sempre i “tuoi” Alice In Chains, un gruppo capace di pubblicare uno dei più bei album degli anni ‘90: Dirt (parer mio personale, il miglior album del cosiddetto movimento grunge).
Parlare di musica è come ballare d’architettura (cit. Frank Z). Per questo la cosa migliore per “capire” un concerto non sono le parole, ma pubblicare tutti i video che sono riuscito a fare dello stesso.
La tre-giorni musicale è ormai storia: a due giorni dall’ultimo dei tre concerti consecutivi che ho visto ai primi di dicembre, posso finalmente abbozzare una breve recensione su quanto appena visto!
1. dicembre, Milano, Salumeria Della Musica, Steve Earle.
Bellissima e affascinante la location, una vecchia salumeria adibita a club musicale, prima del concerto del grande artista country abbiamo la possibilità di vedere il giovane talento Joe Pug, al suo esordio in Italia. Una ventina di minuti di buona musica folk, Pug è più vicino a Bob Dylan musicalmente parlando piuttosto che con lo stesso Earle. Da segnalare le ottime “I Do My Father’s Drugs” e “Hymn101″.
Dopodicchè è la volta di Steve Earle: arriva sul palco quasi correndo e inizia subito con due canzoni tratte dall’ultimo album “Townes” prima di presentarsi al pubblico. L’artista country è assolutamente ispirato questa sera, il contatto con il pubblico è evidente: ci sono perfino due ragazzi tranquillamente seduti sul palco e nonostante il pieno di gente si poteva tranquillamente andare in prima fila a due passi dal cantante. Earle ha quindi alternato pezzi tratti dall’ultimo suo lavoro con alcuni dei suoi storici cavalli di battaglia: nel mezzo ogni tanto si perdeva nel raccontare divertenti aneddoti sul suo mentore storico, per l’appunto Townes Van Zandt. Da incorniciare il pubblico soprattutto quando Steve ha eseguito “I Ain’t Ever Satisfied” con tutti noi “assunti” come coristi del cantante… tra le canzoni meglio suonate della serata svetta “My Old Friend The Blues”.
In sintesi, era dal concerto del 1998 dell’accoppiata Page & Plant che non provavo brividi simili: dei tre concerti visti in questi tre giorni, questo è stato assolutamente il migliore!
Mentre stò ascoltando degli ottimi nuovi acquisti quali i Wilco, i Wolfmother e i Mars Volta (recensioni che arriveranno in tempi brevi anche per questi album), stò finendo di organizzarmi la mia tre-quattro giorni musicale in vista del doppio concerto di Steve Earle che andrò a sentire sia a Milano che a Faenza… nel mezzo, un due dicembre senza concerti programmati, indecisione assoluta tra Vinicio Capossela, Le Luci Della Centrale Elettrica, Ginevra Di Marco, Cristiano De Andrè, 99 Posse, Alice In Chains e Melvins… qualunque sia la scelta, tutti i concerti che avrò la fortuna di assistere verranno al più presto recensiti… nel mentre dedico questo post alla cara Ginevra, della quale pubblico un video dei tempi in cui militava come “seconda voce” nei C.S.I… Ederlezi!
Forse non c’entra nulla dal punto di vista musicale con l’articolo precedente (Mars Volta) ma non sarei così tanto sicuro… intanto prima o poi questo capolavoro dei Zeps l’avrei messo:
Nonostante dei The Mars Volta conosca solamente quest’album la testa mi continuava a dire che c’era qualcosa di familiare in questo gruppo, e difatti dopo averne parlato con un amico (Gregol!) sono venuto a conoscenza che l’impianto base della band arriva direttamente dagli At The Drive-In, gruppo che ho molto apprezzato negli anni passati. Di quella band non è rimasto molto comunque dal punto di vista musicale: spariti del tutto i giri post-punk tipici degli At The Drive-In, il cantante Cedric Zavala è migliorato moltissimo dal punto di vista vocale tanto da arrivare ad alti “prettamente femminili” a la “Evanescence”; i The Mars Volta sono in sintesi l’evoluzione miglioratissima del gruppo precedente, non fermandosi al solo post-rock-punk ma spaziando anche nel progressive-space-psichedelico. Se dovessi usare una sola parola per definire il disco sarebbe: sognante.
In attesa della prossima recensione che probabilmente riuscirò a postare domani (Octahedron dei Mars Volta), aggiorno intanto il blog con una delle canzoni che più stò ascoltando in questo periodo… Trent Reznor “live”
Lo ammetto. Mi è stato piuttosto difficile valutare che video avrei potuto mettere in “collegamento” con la recensione dei The War On Drugs, visto che non è che sia proprio addentro al genere del gruppo; volevo mettere qualche video “indie” buttato lì a casaccio ma alla fine ho preferito andare a sbirciare un pò la biografia dei TWOD per conoscere un pò le loro influenze… ed ecco usciti i My Bloody Valentine, gruppo irlandese “indie” ante-litteram:
Indie Rock. Mai avrei pensato di usare questo termine ma anche dopo mille ascolti mi è difficile catalogare meglio questo album: voce sognante da anni ‘60 molto spesso cantilenante, musiche in stile “garage”, sonorità avvicinabili ad un certo power-pop (e quanto mi disgusta usare questo termine…) non disdegnando evidenti riferimenti a musiche e canti popolari sempre in “salsa garage-indie”, ma mentre ascolto una delle loro canzoni e scopro di aver trovato le parole adatte per descrivere quest’album, già la canzone successiva mi distrugge in frammenti minimali ogni certezza… uohohohohohohohoh!
E per questo motivo direttamente da Youtube metterò non una ma due canzoni per descrivere meglio questo “Wagonwheel Blues”… in fondo certe volte Frank Zappa aveva ragione: parlare di musica è come ballare d’architettura
Per collegarci alla recensione di ieri, naturale che debba tirare fuori il padre di Jakob con un’interpretazione live di “Just Like A Woman”. In più il primo Jakob Dylan, quando da frontman dei Wallflowers raggiunse una certa notorietà con il singolo “One Headlight”.
Incantevole. Emozionante. Atmosferico. Adatto come musica di sottofondo ma non solo, chitarra e voce per tutta la durata del disco ma nonostante tutto differente dalle ritmiche del più famoso padre: dimenticati i Wallflowers, Jakob dimostra in Seeing Things di avere grandi qualità canore e di composizione, tanto da poter uscire tranquillamente dalla (non così evidente) ombra del buon Bob. Uno dei migliori dischi dell’anno passato, sicuramente uno dei migliori album folk degli ultimi anni.
Visto che ieri sono stati tirati in ballo i due migliori album mai fatti da Steve Earle, eccovi pubblicate le due canzoni che fanno da Title-tracks ai dischi: Guitar Town e Copperhead Road!!
Sul podio dei migliori album del 2009 và di certo questo “Townes”, ultimo disco del country-singer Steve Earle. Composto di sole cover del compianto Townes Van Zandt, musicista country degli anni ‘70, Earle aggiunge alle canzoni originali quel tocco “rock” che da sempre contraddistingue le sue composizioni: una miscela esplosiva che fà di Steve Earle il miglior musicista country-rock vivente. Proprio per quell’evidente caratterizzazione alla “Steve Earle” che il musicista ha fatto prendendo in mano le migliori canzoni del suo primo maestro, considero questo “Townes” più di un mero album di cover o di tributo, ma proprio un disco, ottimamente riuscito, DI Steve Earle; non al livello del debutto Guitar Town del 1986 o del disco che ha di fatto portato Earle alla notorietà, Copperhead Road del 1989, ma “Townes” entra di fatto nella “parte alta” della classifica dei migliori album del cantautore di origini texane.
Voto: 80/100
Godetevi questa bella versione “live” di Marie:
n.b. Steve Earle arriverà in Italia per tre date del suo ultimo tour acoustico:
Un giorno una recensione, il giorno dopo un video più o meno inerente alla recensione del giorno prima… vediamo di continuare con quest’alternanza: e così dopo la stroncatura di Chinese Democracy ascoltiamoci un momento gli “originali” Guns And Roses, in ricordo del tempo che fù!
Togliamoci velocemente questo sassolino dalla scarpa: una voce che già nel passato non era tra le migliori ma comunque tra le più “riconoscibili” del panorama musicale, voce che ora viene a mancare (40/100) in un album con un “monicker” atteso da troppi anni (35/100) per un disco comunque ben suonato dai tanti bravissimi gregari di Mr. Rose (75/100); dimenticando volutamente una voce che non c’è più, fiacca, stanca, una considerazione sui musicisti che circondano Axl W. Rose: come detto prima, bravi ma (volutamente?) estranei alle classiche sonorità dei GNR. Il vocalist ha messo sù una vera e propria “orchestra hardrock” fino ad arrivare all’esagerazione di avere quattro chitarre quasi in ogni traccia del disco: suoni inevitabilmente saturi, potenti ma discretamente anonimi, in primis quel “Buckethead” tanto bravo quanto freddo, in sintesi l’esatto contrario di un certo Slash, che secondo qualche leggenda non avrà mai imparato a “leggere la musica” ma in quanto a calore… Guns N’ Roses o meno, il disco comunque non vale l’attesa di sedici anni.
Avendo scomodato una delle canzoni più “caratteristiche” dei Velvet Underground per parlare del primo album dei Black Angels, ecco la celeberrima Black Angel’s Death Song:
Decine sono i siti che si occupano di recensioni musicali, e migliaia sono i blog dove gli stessi cd vengono letteralmente analizzati nota per nota, secondo per secondo. A cosa serve quindi l’ennesimo blog a tema musicale se non a riempire ancor di più la rete di parole, parole, parole? a niente!
E quindi riempiamo un pò la rete di numeri: un semplice voto espresso in centesimi, un link per ascoltare una canzone dell’album recensito, giusto una frase da tener impressa nella mente… questo è il Saimas & McGulloth’s Page, versione 2.0!!
Partiamo con il primo cd:
Black Angels: Direction To See A Ghost
Una delle migliori uscite del 2008, i Black Angels pagano un tributo pesantissimo ai Velvet Underdroung dai quali hanno “saccheggiato” una loro canzone per farne da nome del gruppo (da Black Angel’s Death Song del primo omonimo famoso “disco della banana”), nella sua brevità si ascolta ben volentieri magari immaginando che Lou Reed e soci avrebbero suonato così se fossero nati 40 anni dopo: “Doves” sarebbe stata un capolavoro con la voce di Nico.