Dig the BJM!

8 aprile 2016

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Un mesetto fà mi sono rivisto, per la decima volta probabilmente, Dig!, il documentario che parla del rapporto tra i Dandy Warhols e i Brian Jonestown Massacre e di come i primi riuscirono a trovare il successo di massa, a differenza della band guidata da Anton Newcombe.

Uno dei momenti topici del documentario è quando Anton Newcombe, astro nascente della musica folk alternativa americana, invita un giornalista ad ascoltare un pezzo dei suoi amici Dandy Warhols, una band fino a quel momento sconosciuta a differenza dei Brian Jonestown Massacre. Quel pezzo era “If You Were The Last Junkie On Earth”.

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Ma la cosa che più risalta in quel documentario era il ruolo dei Brian Jonestown Massacre, che sembravano loro destinati al successo di massa, bloccati invece dall’attitudine nichilista del leader Anton Newcombe.

Ma chi erano i Brian Jonestown Massacre? Lo scopriamo assieme attraverso le loro nove (a mio parere) canzoni più belle composte prima di questo decennio, qui presenti in altrettanti video lasciando che sia la Musica a fare il suo dovere di “recensore” e non le parole.

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OPEN HEART SURGERY

WHEN JOKERS ATTACK

ANEMONE

STRAIGHT UP AND DOWN

VACUUM BOOTS

SERVO

NOT IF YOU WERE THE LAST DANDY ON EARTH

WISDOM

WHO?

 

 

Del Meglio Del Mio Meglio, Pt. 10 di 10

23 marzo 2016

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10. “Take Me To Church” (Hozier)

Ebbene sì. Una Top Hit conosciuta praticamente da tutti, un pezzo “pop” che più pop di così non si può. E una recensione capitata casualmente proprio oggi, in una giornata dove il grido “pace e amore” dovrebbe emergere in ogni dove. Non è invece un caso che l’estate scorsa era usanza ascoltarla almeno una volta al giorno prima del giro di chiusura degli ombrelloni. Un pezzo magnifico nel testo, parole che dovrebbero essere tradotte e ripetute all’infinito, un inno alla tolleranza, e una musica altrettanto indimenticabile in un crescendo continuo, a partire da quelle poche note di tastiera alle quali man mano si aggiunge il resto, fino a quel pre-ritornello che ricorda moltissimo “Have A Cigar” dei Pink Floyd e un ritornello da imparare doverosamente a memoria per poterlo urlare a squarciagola. Un incedere regolare che và di pari passo con la bellezza del testo. Amen. Amen. Amen.

9. “Don’t Play With Guns” (The Black Angels)

La miglior canzone dei Black Angels di questi anni ’10 è quella che probabilmente, alla pari di Telephone, ha al suo interno il minimo possibile di “sfumature psichedeliche”, se non fosse per quella tastiera che accompagna il pezzo con quel suono acutissimo che sembra uscire da un solo tasto, massimo due. Per certi versi “Don’t Play With Guns” è semplicemente Punk, sporcato da quel muro di effetti tipicamente shoegaze. Il pezzo è molto ritmato e sostenuto, quasi alla “quattro accordi e via” con un semplicissimo quattro quarti di batteria e una voce che si allontana dalla neo-psichedelia spesso sentita nei Black Angels. Non sarà il loro pezzo tecnicamente migliore, ma è di certo quello che, una volta entrato in testa, non ne uscirà più.

8. “Ode To Sad Disco” (Mark Lanegan)

Prendete “Sad Disco” di Keli Holdversson (ascoltabile qua: Sad Disco), aggiungetegli quel tocco bluesy figlio della roca voce di Mark Lanegan e una sezione musicale (ri)creata da strumenti “classici” quali chitarra, basso e batteria, miscelate tutto ed ecco uscire dalla pentola “Ode To Sad Disco”. Potremo fermarci qua, semplicemente. Ma questi sei minuti e mezzo di rinascita Laneganiana meritano un maggiore approfondimento: già dal titolo si capisce che questo favoloso pezzo di Mark Lanegan non è del tutto suo, ma un tributo analogico ad un brano elettronico strumentale che si era fatto conoscere attraverso la colonna sonora di un film danese del 2004, Pusher II. “Ode To Sad Disco” si basa quindi, perdonate il gioco di parole, sulla base ritmica del suo brano mentore aggiungendo ad esso quel “tocco di Mark Lanegan” così da far diventare un buon pezzo, un capolavoro. La voce decadente del cantante sembra nata per contrastare le ritmiche elettroniche del brano, mentre le chitarre che fanno capolino di tanto in tanto fanno ricordare che in fondo stiamo ascoltando uno dei dischi “blues” più belli del decennio.

7.  “One Sunday Morning” (Wilco)

La BALLATA degli anni ’10. Dodici minuti di coccole e rilassatezza attraverso una voce appena sussurata, un arpeggio delicato e una batteria spazzolata. One Sunday Morning a partire dal titolo è la canzone ideale per essere ascoltata appena aperti gli occhi, bisognosi di musica senza alcun sussulto e che ti possa prendere letteralmente in braccio e portare alla sveglia con tranquillità. L’arpeggio di chitarra è lo stesso durante tutto l’arco del lungo brano e così il tono del cantato, volutamente smorzato e a bassa voce quasi a non disturbare il vicinato o chi ancora stà dormendo. Dodici minuti che passano purtroppo velocissimi e che vorresti non finissero mai, desideroso di continuare a farti coccolare da una semplice, fantastica, indimenticabile, unica canzone.

6. “Look, The Sun Is Rising” (The Flaming Lips)

Riassunto delle puntate precedenti: “The Terror è un disco che andrebbe ascoltato senza alcuna distinzione da un pezzo all’altro, chiudendo gli occhi e facendoci trascinare dai psichedelici suoni come un’onda alta ma rassicurante…” (Be Free, A Way), “The Terror è un album ad altissima soluzione di continuità, il miglior lavoro dei Flaming Lips dai tempi del capolavoro Yoshimi Battles The Pink Robots (2002), un LP con le canzoni collegate una con l’altra e senza un attimo di pausa, un disco che và necessariamente ascoltato in blocco” (You Lust). 

E “The Terror” inizia con “Look… the sun is rising”, la canzone che dà il via al nuovo corso neo-psichedelico dei Flaming Lips dove le chitarre sono ancora presenti ma non sono più le protagoniste della musica di Wayne Coyne & Soci, dove le tastiere prendono il sopravvento e dove a vincere è uno strano senso di claustrofobia, totalmente contrario a quel titolo che invece sembra spalancare le porte all’infinito. Quei primi minuti con quel suono tagliente della sei corde e la voce monotona sembrano l’inizio di un viaggio a partire da una stanza chiusa ma, aperta la porta, la voce si riempie di un echo che fà immaginare lo spazio infinito e quel “look the sun is rising” ripetuto più e più volte ti dà la certezza di quello che si stà pensando mentre gli strumenti sfumano per aprirsi al pezzo successo, la già recensita “Be Free, A Way”. Personalmente un pezzo di una rilassatezza assoluta.

5. “Animal Life” (Shearwater)

Qualche giorno fà avevo trovato la parola giusta per descrivere questa canzone e, quando ero convinto di essermela dimenticata, al nuovo ascolto di “Animal Life” quella parola mi è subito tornata in mente: delicato. Animal Life è un brano delicato, che parte con il basso che tocca senza disturbare le sue note mentre, uno dopo l’altro, entrano pure la voce profonda e lirica di Jonathan Meiburg, le chitarre con un arpeggio semplice e non invasivo ed infine la batteria con pochi ma decisi tocchi, ad attendere il preventivato crescendo con l’accelerazione finale di strumenti e voce che salgono di ritmo e di tono a “rompere” la delicatezza del pezzo senza però uscire dal seminario del “facciamolo pulito”, se si eccettua un leggerissima distorsione delle chitarra a sporcare il finale del brano.

4. “Wasted days” (Cloud Nothings)

E dopo tre brani rilassanti e delicati, è tornata l’ora del PUNK. E naturalmente a firmare “Wasted Days” sono una delle rivelazioni di questi ultimi anni, i Cloud Nothings, che ci regalano un pezzo di quasi nove minuti dalla chiara impronta “Punk” con degli inediti spruzzi di psichedelia che entrano nel bel mezzo del brano. “Wasted Days” inizia subito con il riff principale sputato al primo secondo e la voce di Dylan Baldi che “urla punk” in ogni poro. Il brano prosegue seguendo lo schema classico del genere per i primi minuti fino alla sorpresa improvvisa: la voce sparisce, il basso e la batteria iniziano un giro monotono ed infinito mentre le chitarre si perdono in un gioco di effetti e distorsioni occupando da protagoniste la parte centrale della canzone, senza disdegnare “echo”, “delay” e tutto quello che le pedaline possono in quel momento offrire… il noise “da fine concerto”, quasi immaginando le chitarre a contatto con gli amplificatori, si interrompe bruscamente lasciando spazio a quell’infinito giro di basso che apre nuovamente alla voce per l’ultimo giro di ritornello mentre la batteria torna a rullare, le chitarre tornano al loro posto e Baldi, naturalmente, torna ad urlare a squarciagola il suo pezzo. Wow.

3. “Onwards To The Wall” (A Place To Bury Strangers)

Degli “A Place To Bury Strangers” ho parlato migliaia di volte, quindi è quasi monotono e noioso ricordare come questo EP sia uscito all’improvviso mentre era trepidante l’attesa del futuro LP della band, “Worship”, uscito di lì a pochissimi mesi. E dentro quell’EP inatteso c’era un’altrettanto inattesa canzone, il pezzo che dà il titolo allo stesso disco. Un pezzo diverso dai brani precedenti della band di New York perchè ad affiancare la voce “titolare” di Oliver Ackermann troviamo la sconosciuta Alanna Nuala, che ben si fonde con il resto della band. E, visto che ho appunto parlato migliaia di volte degli APTBS, voglio divagare e raccontare di quella volta che li ho conosciuti in un bar di Bologna, nell’attesa di un loro concerto. Era aprile del 2015, quasi un anno fà, e mentre bevevo una Moretti da 66 mi sono ritrovato vicino ad un gruppo di ragazzi che parlavano con chiaro accento americano: appurato che tre di loro erano proprio gli APTBS, ho chiesto loro se potevano autografarmi i loro vinili che mi ero, precauzionalmente, portato dietro. Mentre ponevano le loro firme e dopo aver detto loro che sono tra i miei cinque gruppi preferiti, ho chiesto chi era questa misteriosa Alanna Nuala e la band mi ha semplicemente detto che era una loro amica, pazza come un cavallo e che uno dei suoi sogni era cantare in una canzone. Detto fatto. E la cosa spettacolare è che anche grazie a quel tocco anomalo portato da Alanna Nuala, “Onwards To The Wall” si prende il podio. Un brano che per il resto ha la classica impronta degli APTBS, la New York mille volte immaginata attraverso i loro suoni, il loro rumore e la loro melodia. Ancor di più oggi con un duetto vocale imperdibile.

2. “Sail” (Awolnation)

Correva l’anno 2011 e le sere in cui stavo a casa mi ero preso l’abitudine di ascoltare qualche radio americana dal sito www.live365.com . Desideroso di ampliare le mie conoscenze musicali, spesso filtravo le canzoni in generi che ascoltavo pochissimo, primo dei quali l’elettronica. Una sera, mentre facevo altro e con l’orecchio ascoltavo quel che passava, un basso pesante come un tuono ha fatto capolino dentro la mia testa: e quel basso pesante ha continuato a marcare il suo territorio, con la sua lenta camminata a modulare un pezzo in pieno “stile dubstep”. Le tastiere ad accompagnare quel “tuono” mentre la canzone prende forma in un giro che rimane in testa fin dal primo ascolto e una voce urlata, in secondo piano rispetto alla sezione ritmica del pezzo. “Sail” è un pezzo che non può lasciare indifferenti, una canzone che ti obbliga a chiedere “cos’è questo pezzo?” se non la conosci, un brano che ha scritto sulla fronte la parola “successo” sin da quel primo “botto”, quell’inconfondibile “tuono”, lo stesso tuono che ben rappresenta “Sail”: un fulmine a ciel sereno.

1. “Little Black Submarines” (The Black Keys)

La STAIRWAY TO HEAVEN degli anni ’10. Questa è semplicemente Little Black Submarines, un brano favoloso che onora i grandissimi pezzi degli anni ’70 con una struttura musicale che sembra arrivare da quell’indimenticabile decennio ricco di capolavori. Un arpeggio iniziale con una voce sofferente ad accompagnarsi a vicenda, senza che l’uno sovrasti sull’altro. Dopo la prima strofa ecco entrare batteria e basso, sempre delicati, in secondo piano, ad arricchire il confronto tra la sei corde e la voce. La strofa si conclude, il pezzo sfuma nel silenzio ed ecco il basso prendere il sopravvento con quattro note quattro mentre le chitarre prendono la via della distorsione uscendo dal delicato arpeggio per imboccare la strada del riff in puro stile Rock con tanto di assolo e batteria ad alzare il ritmo e far prendere coraggio pure alla voce che, pure lei, esce dalla calma dei primi minuti per aumentare di tono fino alla conclusione del pezzo con gli strumenti che escono di scena compatti.

Un brano che metto senza pensarci al primo posto perchè è l’unico pezzo che canticchio ogni giorno, più e più volte, un brano che conosco a memoria secondo dopo secondo e che con il mio pessimo inglese rifaccio, con la mente e con la bocca, ogni volta che sorge il sole e ogni volta che lo stesso tramonta.

Un brano che ha un solo difetto: dura solamente quattro minuti e spicci, un insopportabile peccato per un pezzo che, se fosse durato almeno sette minuti, sarebbe già da ora nella Storia del Rock. E, goliardicamente, ho pure dato il via ad una Petizione! per invitare i Black Keys a ri-registrare “Little Black Submarines” prendendosi tutto il tempo di cui questo pezzo ha bisogno.

Del Meglio Del Mio Meglio, pt. 9 di 10

21 marzo 2016

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20. “You Lust” (Flaming Lips)

Dopo aver mini-recensito “Be Free, A Way” alla posizione numero 56 e aver scritto testuali parole “The Terror è un disco che andrebbe ascoltato senza alcuna distinzione da un pezzo all’altro, chiudendo gli occhi e facendoci trascinare dai psichedelici suoni come un’onda alta ma rassicurante […]”, non si può non confermare quanto scritto pochi giorni fà: The Terror è un album ad altissima soluzione di continuità, il miglior lavoro dei Flaming Lips dai tempi del capolavoro “Yoshimi Battles The Pink Robots” (2002), un LP con le canzoni collegate una con l’altra e senza un attimo di pausa, un disco che và necessariamente ascoltato in blocco. Se “Be Free, A Way” è una sorta di bignami di “The Terror”, “You Lust” è la sua parte più lenta, più sognante e allo stesso tempo più palpitante, con quel giro di chitarra sempre uguale che sembra darti un senso di mancanza di ossigeno mentre la batteria e le tastiere sembrano arrivare direttamente da “Careful With That Axe, Eugene” dei Pink Floyd. A dire il vero, “You Lust” sembra la versione moderna di “Careful With That Axe, Eugene”, voce inquietante e ripetitiva compresa. 13 minuti di inquietudine psichedelica firmato Flaming Lips.

19. “We Want War” (These New Puritans)

Arrivati a questo punto della classifica, è indubbio che questa sia stata un pretesto per descrivere e presentare pezzi fondamentali di questi ultimi anni. In un modo o nell’altro tutte le prossime canzoni meriterebbero la Posizione Numero 1 e forse, per un breve periodo di tempo, quella posizione dentro la mia testa l’hanno pure raggiunta. We Want War è una di quelle, un pezzo che ho ascoltato migliaia di volte senza mai stufarmi, un pezzo che ho poi messo “a riposo” per molti mesi ma alla sua riproposizione sono tornato a riascoltarlo nuovamente per innumerevoli volte. Mentre scrivo queste righe, ho rimesso la puntina all’inizio del pezzo per la terza volta. Un brano che già da quel “rintocco di batteria” pesante, angosciante, richiama le brutture della guerra come fosse un cannone pronto a sparare più e più colpi. E durante il pezzo si sentono gli strumenti che a volte sembrano prendere il suono di una spada che viene sfoderata, un incensante battaglia a colpi di strumenti per questo capolavoro targato These New Puritans, una “Art Rock” Band che fà di tutto per meritarsi quell’ingombrante appellativo. E lo fà al meglio, sfornando una canzone che rimarrà negli annali della Storia della musica, quella con la “S” maiuscola. Dovessi descriverla in una sola parola direi… angosciante. Un angosciante capolavoro. We (don’t) Want War.

18. “The Weight Of Love” (Black Keys)

I Black Keys fanno tesoro del loro unico errore nel capolavoro “Little Black Submarines”  (che comunque non si è visto compromettere la sua posizione in classifica e che tratteremo proprio al termine della stessa) e con “Weight Of Love” si prendono tutto il tutto per sviluppare al meglio il pezzo, senza badare al minutaggio ma anzi facendo di esso un punto di forza. I Black Keys, non ricordo se l’ho già detto, danno il meglio con le “ballad”, i pezzi giusti per abbinare dei testi per la maggior parte delle volte malinconico-pessimisti. “Weight Of Love” potrebbe arrivare direttamente dagli anni ’70, figlio di uno strano connubio tra i Led Zeppelin più rilassati e un Neil Young meno sporco ma altrettanto decadente. L’assolo di chitarra all’inizio del pezzo è azzeccatissimo e dà proprio il senso di un pezzo che non vuole sprecare subito le sue cartucce, la melodia vocale segue di pari passo la tranquillità del brano e il coretto nel ritornello, ormai marchio di fabbrica del duo, si combina perfettamente con la dolcezza di “Weight Of Love” fino al nuovo assolo di chitarra a chiudere il brano, unico momento di energia dello stesso.

17. “I’ll Be Your Man” (Anna Calvi)

Dal suo disco di debutto eponimo, Anna Calvi tira fuori questo esercizio di stile a dimostrazione delle incredibili doti vocali della musicista londinese. In “I’ll Be Your Man” la cantante-chitarrista mette in mostra la sua capacità d’estensione della voce partendo da un canto prima sussurato per poi esplodere nel ritornello con un tono lirico, passando con facilità da P.J. Harvey a Siouxie Sioux. Come in ogni altro pezzo del suo album, Anna Calvi mette in primo piano non solo la voce ma anche la chitarra, mostrando una pari e virtuosa bravura pure nello strumento a corde, con fraseggi molto “Bluesy”. Un pezzo facile che però mostra in tutto e per tutto chi è Anna Calvi, la nuova ragazza prodigio della musica mondiale.

16. “Art Of Almost” (Wilco)

Acclamato ovunque tra i migliori album del 2011, “The Whole Love” si apre con la fenomenale “Art Of Almost”, un brano che supera i sette minuti e tocca tutte le corde musicali dei Wilco. Il pezzo parte con le chitarre effettate che sembrano giocare vicino agli amplificatori mentre le tastiere creano un muro di noise non troppo esasperato, fino a spegnere completamente ogni strumento e lasciar entrare la voce, la quale fà da nuovo apripista agli strumenti che creano ora un tappetto sonoro tranquillo, quasi da mettere a suo agio la stessa voce di Jeff Tweedy, qui ispirato come mai in carriera. Il brano continua a sorprendere con dei brevissimi inserimenti a sorpresa di strumenti d’orchestra prima di un nuovo silenzio musicale che finge la fine del pezzo. Ed invece “Art Of Almost” prosegue, con la batteria che riparte e rialza nuovamente il ritmo facendo rientrare per la terza volta gli strumenti per il fragore finale, accompagnato da un assolo di chitarra che, secondo dopo secondo, aumenta di intensità e velocità fino alle chiusura effettiva del brano.

15. “Holland” Black Angels

“Holland” è uno dei due motivi per cui questa classifica si compone di 102 canzoni e non dei classici 100 brani. Colpevolmente dimenticata ad un primo giro di ascolti, è capitata casualmente durante la recensione di un altro brano dei Black Angels ed è tornata la folgorazione ma soprattutto gli auto-insulti sul come ho fatto a tralasciare un pezzo così, appunto da Top15. “Holland” è l’apice della neo-psichedelia Black Angelsiana: dimenticate il simil-punk di “Don’t Play With Guns” e immergetevi totalmente nel mare calmo di quel suono psichedelico che non avrà mai fine, immenso come l’oceano e degno di essere rappresentato ogni decennio da nuovi gruppi. I Black Angels sono attualmente i migliori in questo, subito dopo i Maestri Flaming Lips, e “Holland” ne ha tutta l’essenza: un inizio con un organo ad aprire gli strumenti più tradizionali, una voce che disegna una cantilena mai esagerata e sempre in linea con una melodia che sembra voler incalzare sempre di più fermandosi però sul più bello sull’iniziale giro di organo, per poi tornare a ridisegnare le classiche melodie di neo-psichedelica memoria… “Holland” è un brano che sembra arrivare dagli anni ’60, con i Black Angels teletrasportati per una jam-session dei Doors dai quali hanno preso la passione per i forti e riconoscibili giri di tastiera.

14. “No Future/No Past” (Cloud Nothings)

Punk. Già a partire dal titolo. Dopo un EP e un debutto eponimo passati sottotraccia, i Cloud Nothings tirano fuori il classico coniglio dal cilindro con un disco, Attack On Memory, candidato tra i migliori LP del 2012. No Future/No Past, come già detto, è Punk, è Punk a partire dal titolo, è Punk per quel vocalizzo che nei primi minuti appare trascinato su sè stesso per poi esplodere sempre di più, strofa dopo strofa, fino ai più classici ritornelli urlati a squarciagola mentre l’arpeggio di chitarra si fà sempre più pesante trasformandosi in un riff sempre più distorto e il batterista sembra quasi voler puntare, con efficacia, solo sui piatti con la sensazione che abbia veramente voglia di consumarli in questi quattro minuti e mezzo di pezzo.

13. “Fear” A Place To Bury Strangers

Pur essendo tra i miei attuali cinque gruppi preferiti, mai avrei pensato che Worship avesse avuto la possibilità di bissare il successo dei loro LP precedenti, considerando pure che pochi mesi prima gli A Place To Bury Strangers avevano fatto uscire un meraviglioso EP. Worship invece si è rivelato un gran bel disco e “Fear” ne è il suo cavallo di battaglia, un singolone che si discosta ma non troppo dai loro pezzi migliori. L’avevo già scritto una volta: quando sento gli APTBS mi sembra di vivere il caos e la melodia del loro paese natale, New York City, pur non avendolo mai ancora visto dal vivo. Ma se devo immaginare New York City penso alla musica degli A Place To Bury Strangers e “Fear” ne è il giusto esempio: un caotico muro distorto di chitarre a rappresentare il caos del traffico cittadino contrapposto ad una onnipresente melodia vocale che regala a NYC quella creatività armonica che non è mai assente (non casualmente i Velvet Underground sono nati qua). In puro stile Shoegaze, tra le distortissime chitarre e la melodica linea vocale, a godere tra i due “litiganti” è il classico terzo, ovvero un giro di basso sempre in primo piano a disegnare la linea di confine tra “Noise” e “Dolcezza”.

12. “Myth” (Beach House)

Con “Myth” farei una scommessa: se dovessi scegliere una canzone che sono certo verrà rivalutata tra una ventina d’anni, questa è proprio “Myth”. I Beach House sono un gruppo “dream-pop” composto da due soli elementi fissi e fanno degli arpeggi di chitarra con un filo di effetto di Alex Scally e della voce eterea di Victoria Legrand i punti fermi delle loro canzoni. Myth mette in risalto pure le importanti tastiere suonate da entrambi i musicisti ma è quell’arpeggio iniziale che fà capire la direzione che prenderà il brano, un arpeggio ossessivo che fà da apertura ad un cantato che si sdoppia in un tono quasi mascolino per poi virare al termine di ogni strofa nell’ “etereo-sognante” già descritto sopra. L’esplosione nel ritornello è evidente solo nella voce, che si alza di qualche tono, mentre il resto degli strumenti prosegue quanto fatto prima, quasi in subordinazione a Victoria Legrand. Uno di quei brani da ascoltare ad occhi chiusi, quasi da mettere sù poco prima di addormentarsi nella speranza di un bel sonno.

11. “Four Teeth” (True Widow)

Nudo e crudo Shoegaze: un basso distortissimo a segnare la linea del pezzo, la chitarra che segue a ruota aggiungendo potenza alla sezione ritmica e una voce femminile a dare la melodia. Basterebbe questo a descrivere “Four Teeth”, un brano che potrebbe tranquillamente scalare le classifiche “pop” se fosse suonato pulito, ma paradossalmente il suo punto di forza è proprio questo: la combinazione tra distorsione pesante degli strumenti e la sensuale e melodica voce di Nicole Estill. Ad ascoltare la parte strumentale della canzone viene subito da pensare a Bleach, il debut-album dei Nirvana, ed in effetti non sarebbe un’eresia definire Cobain & Co. dei pionieri dello Shoegaze alla pari dei sempre nominati Jesus And Mary Chain. Pur nella sua “pesantezza”, “Four Teeth” rimane in testa fin dal primo ascolto candidandosi ad essere uno dei migliori pezzi nel suo genere degli ultimi dieci anni.

 

Del Meglio Del Mio Meglio, pt. 8 di 10

16 marzo 2016

30. “Away! Remix” (Aucan)

La band elettronica bresciana, assolutamente favolosa da ascoltare live (lo scorso anno a Treviso dalle casse uscivano così tanti decibel che sembrava di essere colpiti da un fortissimo vento), dopo aver fatto uscire Black Rainbow nel 2011, decide di bissare il successo di quel disco con la sua versione “Remix”, uscita l’anno successivo. Away! ha un passo in più rispetto alla sua versione “normale”, togliendo quasi tutti i momenti più riflessivi e spingendo il basso al limite pur mantenendo quel “groove” vicino alla Dubstep e azzeccando la scelta di campionare una sola breve parte di canto, ripetuta all’ossessione dall’inizio alla fine.

29. “We Can Do What We Want” (Drenge)

I White Stripes hanno lanciato la “moda” delle band “a due elementi”: dopo i Black Keys, ecco il turno dei Drenge che, dopo un debutto senza infamia e senza lode, trovano in Undertow il disco che li ha portati a farli veramente conoscere al pubblico. “We Ca Do That We Want” è un pezzo rock nel più classico dei termini, chitarre distorte ma non troppo, un giro facile da ricordare e un ritornello orecchiabile e un sound che mi ricorda molto gli esperimenti di Steve Jones (chitarrista dei Sex Pistols) da solista. Un attestato di fiducia ad una band che in futuro potrebbe dare grandi soddisfazioni.

28. “I Don’t Really Mind” (Tame Impala)

Gli alfieri della neo-psichedelia moderna e sempre più conosciuti nel mondo (vedasi ultimi EMA), gli australiani Tame Impala sin dal loro primo LP “Innerspeaker” mettono in chiaro le cose guadagnandosi anche una collaborazione con i maestri Flaming Lips. Pesante uso di tastiere e di chitarre distortissime, una voce “stralunata” e un’atmosfera psichedelica sin dalla prima nota. Questa è “I Don’t Really Mind”, questo è “Innerspeaker”, questi sono i Tame Impala.

27. “Endless Blue” (The Horrors)

Rimanendo in tema neo-psichedelia, gli Horrors non hanno mai fatto mistero dele loro radici nonostante una forte vena “shoegaze”, seppur presente sempre meno album dopo album. Il loro capolavoro “Sea Within A Sea” è del 2009 e difficilmente la band inglese riuscirà a bissare un successo di un pezzo che è tra i migliori degli anni ’00 ma con Endless Blue provano a riproporre lo stesso sistema, seppur con la differenza di due decisivi minuti in meno. Gli Horrors con “Endless Blue” sembrano infatti avere fretta di arrivare subito al ritornello “rovinando” un’intro che poteva essere ancor più memorabile. Memorabile è comunque l’esplosione del pezzo con la psichedelia iniziale che lascia lo spazio allo Shoegaze più puro, di marca “Jesus And Mary Chain”.

26. “Everything Is Under Control” (Snog)

Una sorpresa targata Australia. Un pezzo ascoltato per caso in una radio online trovata per caso. Un Dj che tira fuori due pezzi di assoluto valore e su questi ci basa un EP di qualità, Remix compresi. “Everything Is Under Control” è indescrivibile, un giro ritmico che sembra arrivare dagli anni ’80 e un tono vocale dai ’90s, un video assolutamente assurdo e un ritmo da “discoteca vorrei ma non posso” dall’inizio alla fine. La versione “Spiderface Remix”ha un passo in più, con un’introduzione che fà attendere trepidamente l’inizio del pezzo e un utilizzo massiccio degli effetti tipici del mixer, dall’echo al delay passando soprattutto per il phaser. Un brano molto più ritmato della versione originale passando dal “discoteca vorrei ma non posso” al “discoteca come se non ci fosse un domani”. Perchè allora ho messo la versione originale? semplicemente perchè dello “Spiderface Remix” non riesco a trovare il video ma la posizione è guadagnata grazie a quel pezzo, che si può trovare in file audio a questo link: Spiderface Remix

25. “Come To The City” (War On Drugs)

Torna l’Alt-Folk dei War On Drugs con il pezzo migliore del loro altalenante disco “Slave Ambient”. Un disco che non mantiene le aspettative dell’album di debutto “Wagonwheel Blues” (uno dei primi cd indie che abbia mai comprato) e che vede nella sola “Come To The City” una continuità con quell’album. Il pezzo ricorda molto la loro “Buenos Aires Beach” (naturalmente di quel loro primo disco), un brano mid-tempo con la voce che si perde nella musica man mano che questa prende il sopravvento e un’atmosfera “folk” che permea il pezzo dall’inizio alla fine, con quella batteria mai troppo invasiva, le chitarre mai troppo esagerate e la voce mai troppo “urlata”. “Come To The City”, per essere un “mai troppo” in tutto e per tutto, riesce comunque a lasciare il segno.

24. “Act Of Impulse” (We Were Promised Jetpacks)

We Were Promised Jetpacks. Li abbiamo trovati nell’ultimo post con “Circles And Squares” e ora ecco il bis con “Act Of Impulse”, un brano completamente diverso dal precedente. Mentre quello prima partiva subito in quarta e si fermava a “prendere aria” solo al termine, “Act Of Impulse” è più riflessivo, più ragionato, più costruito, arrivando a sembrare quasi una ballad. Un’intro con la batteria che diventa protagonista alzando secondo dopo secondo il ritmo lasciando entrare chitarre, voce e basso uno dopo l’altro quasi con delicatezza, senza esagerare con distorsioni, effetti ed urla. Una batteria che rimane protagonista fino alla fine del pezzo, scandendo il ritmo alzandolo sempre di più e attendendo qualcosa che non arriverà mai, l’esplosione finale. E per una volta è una fortuna, perchè il pezzo è bello così, con l’amaro in bocca di non sentire niente di esagerato ma la bellezza di aver sentito qualcosa di “intimo”.

23. “The Words That Maketh Murder” (P.J. Harvey)

Con “Let England Shake” P.J. Harvey trova uno dei suoi album di maggior successo. Un disco che francamente è invecchiato moltissimo rispetto agli album delle sue dirette concorrenti (da Anna Calvi a Florence & The Machine), ma che comunque rimane un punto fermo nella discografia della musicista inglese soprattutto grazie ad una manciata di brani di qualità, primo dei quali questo “The Words That Maketh Murder”. Il pezzo è fortemente influenzato dal Folk per quanto riguarda l’aspetto prettamente musicale, e dall’impegno sociale per il testo fortemente anti-militarista. Un brano che deve molto, e lo ammette la stessa Harvey, a “Summertime Blues” di Eddie Cochran. La bellezza del pezzo aumenta grazie all’utilizzo dell’Autoharp da parte della stessa musicista, cosa che rende il brano il più folk del disco e uno dei più riconoscibili dell’intera carriera dell’artista.

22. “The Gravedigger’s Song” (Mark Lanegan Band)

Ed eccoci arrivati ad un cantante che con gli Screaming Trees ha fatto la storia del Grunge e con un animo “blues” mai sopito, quell’animo che in “Blues Funeral” raggiunge la deflagrazione. “Gravedigger’s Song” rende onore al titolo stesso del pezzo, con un basso sporchissimo e un cantato realmente roco e funereo. Uno dei pezzi blues più belli degli ultimi vent’anni, seppur accelerato oltre i limiti del “genere”. Ma in fondo, ennesima ripetizione, il “blues” è più uno stato d’animo che un genere. Come il Grunge. In fondo stiamo parlando di Mark Lanegan.

21. “Loner” (Burial)

Chiudiamo questo “spezzone” di classifica con il DJ inglese Burial e il suo miglior pezzo mai composto. Loner è puro Dubstep e in sette minuti e mezzo si prende tutto il tempo per partire in velocità e rallentare di colpo, più e più volte. Il semplice giro tastieristico è azzeccatissimo e con esso quei cori che sembrano degli echi provenienti da lontano, quasi dei gemiti di sofferenza alternati ad invocazioni d’aiuto. E il brano torna a rallentare con il basso, le tastiere che via via sfumano lasciando lo spazio a quella che sembra un’interferenza di un’altra canzone, una risintonizzazione della stessa come già accaduto a metà pezzo, fino all’inevitabile chiusura, persa nella tranquillità dopo aver vissuto l’angoscia di quei “momenti veloci”.

 

Del Meglio Del Mio Meglio, pt. 7 di 10

13 marzo 2016

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40. “Still Life” (The Horrors)

Dopo aver cercato di scoprire le similitudini tra “Chasing Shadows” e “Let Me Entertain You” di Robbie Williams, tornano gli Horrors in questa classifica con un pezzo che arriva direttamente dal loro lavoro precedente, Skying. “Still Life” abbandona completamente le non-melodie Shoegaze in favore di un pezzo introspettivo, quasi una ballad con voce e tastiere in primo piano a regalare un brano dal sapore malinconico e un tappeto sonoro che sembra arrivare direttamente dagli anni ’80. Una di quelle canzoni da ascoltare possibilmente ad occhi chiusi, lasciandosi trasportare dalle emozioni del momento.

39. “Be Together” (Major Lazer)

Un gruppo che l’estate scorsa ha lasciato il segno grazie ad una commerciabilissima canzone da discoteca. Una band che però riesce ad andare oltre il successo e ci regala un pezzo in collaborazione con la misconosciuta indie-band dei Wild Belle. “Be Together” è molto conosciuta e per mesi è passata regolarmente in ogni stazione radio, ma sia testo che musica non possono lasciare indifferenti: una commistione tra “dance” e “indie” con risultati positivi, una voce che lascia il segno e una sezione ritmica che và oltre il suo dovere. Non sò se il punto più alto dei Major Lazer, di certo quello dei Wild Belle.

38. “Scarecrows On A Killer Slant” (Liars)

Al loro quinto disco, i Liars perdono quella qualità musicale che li ha visti uscire dalla scena Indie negli anni ’00. Sisterworld è un mezzo passo falso, salvato in parte dalla coraggiosa scelta di proporre lo stesso disco pure in versione rmx. “Scarecrows On A Killer Slant” è però una ventata di freschezza nel disco, con un pezzo da puro Headbanging con chitarre e tastiere che duellano dall’inizio alla fine e la voce di Angus Andrew che urla mantenendo lui per primo i ritmi altissimi del pezzo… il giro di basso è di quelli che ti fanno attendere frenetico il desiderio di un nuovo Headbanging, che però non arriva più nel finale facendoci quindi venire voglia di riascoltare il pezzo e tornare a scuotere la testa e… perchè no… anche pogare.

37. “A Dark God Heart” (Sleep Party People)

Uh, sono il primo ad ammetterlo. Un pezzo difficilissimo che a pochi piacerà: “A Dark God Heart” parte con un giro di piano e una voce letteralmente eterea filtrata all’impossibile… parte come una ballad ansiogena e iper-malinconica mentre questa voce che sembra arrivare dall’aldilà continua ad imperversare su un giro melodico che secondo dopo secondo alza il ritmo, come fosse una bastardizzazione estrema di un pezzo simil-classico. Un pezzo da tensione assoluta che ti fà venire voglia o di spegnere o, lo spero, di continuare ad ascoltare per vedere come e se esploderà. Ed esploderà, eccome se esploderà: dopo quasi quattro minuti di attesa ecco l’attesa esplosione di tutti gli strumenti, gli effetti che partono, le chitarre e la batteria che prendono vita e chiudono una canzone memorabilissima che ti lascia con il “groppo in gola”.

36. “Elephant” (Tame Impala)

E qua andiamo nella direzione opposta: i psichedelici Tame Impala partono fin dal primo secondo con il loro tappeto sonoro allucinante, tenendo subito un ritmo altissimo quasi da sembrare evidente la mancanza di un’introduzione allo stesso pezzo: no, Elephant è così… parte con il botto fin da subito e fà capire immediatamente che pezzo è, con i suoi effetti neo-psichedelici, i suoni di una band che avrebbe tranquillamente potuto vivere negli anni ’60… un pezzo che arriva direttamente da quegli anni, una canzone che mette addosso un’energia non indifferente, come i Tame Impala non possono essere indifferenti. E come è iniziato, Elephant finisce allo stesso modo.”Yeh”.

35. “Circles And Squares” (We Were Promised Jetpacks)

Fino a questo momento i “We Were Promised Jetpacks” sono il gruppo più “noise” di questa lunghissima classifica: la band scozzese si fà notare fin da subito con delle chitarre in primo piano distortissime che non lasciano spazio all’immaginazione… il pezzo è una scarica di energia sulla base del classico trittico chitarra-basso-batteria mentre la voce si avvicina ad un’impostazione vicina al Punk seppur più melodica e meno “spinta”… il pezzo “vibra” dall’inizio alla fine con le chitarre che continuano a spingere in contrasto con la voce che prova invece una direzione diversa negli ultimi minuti… un pezzo che difficilmente può essere definito Punk però in molti versi lo è.

34. “Gold On A Ceiling” (Black Keys)

Un altro brano del fortunatissimo “El Camino”, “Gold On The Ceiling” è cadenzatissimo e segue un canovaccio classico ma di successo: una parte molto ma molto ritmata con la voce che prepara il campo per il coro pre-ritornello e lo stesso ritornello che abusa in melodia battagliando con i semplici ma efficaci assoli di chitarra del duo americano. Uno di quei pezzi che “live” rendono dieci volte di più grazie al pubblico che inevitabilmente canta il ritornello al posto della band…

33. “Black Eyes” (Shearwater)

Prima del magnifico “Animal Joy”, gli Shearwater hanno fatto uscire un altro album ottimo, “The Golden Archipelago”. Black Eyes è uno di quei pezzi contenuti in quel disco del 2010, un brano che non si discosta dai canoni del gruppo con la voce semi-lirica di Jonathan Meiburg che la fà da padrone dall’inizio alla fine grazie all’incredibile estensione vocale dello stesso cantante che riesce ad abbinare efficacemente melodia e potenza. Un pezzo da brividi che riesce a mantenersi comunque su ritmi alti.

32. “Children Of The Moon” (Flaming Lips ft. Tame Impala)

Flaming Lips e Tame Impala assieme. Già solo immaginare questo aumenta le aspettative come poche volte può accadere. Il pezzo, conoscendo le due band, è molto particolare e a conti fatti sembra una battaglia di tempo tra i gruppi, con i Flaming Lips che dirigono il pezzo e lo rallentano ai loro ritmi mentre le sonorità rimangono quelle dei Tame Impala. Un brano che fà venire voglia di ascoltare un lavoro completo in collaborazione, con i Flaming Lips che tornano a strizzare l’occhio a quel capolavoro assoluto dei primi 2000 che è Yoshimi Battles The Pink Robots con l’utilizzo delle chitarre acustiche, un brano che sembra veramente fare da ponte tra quel disco e “The Terror”, uscito nel 2013.

31. “Right Action” (Franz Ferdinand)

I Franz Ferdinand non si discostano dalla loro formula che tanto successo ha portato a loro, una scelta che rischia di essere a doppio taglio: da una parte rischi di rendere gli album troppo simili l’un con l’altro, dalla parte opposta hai comunque uno zoccolo duro che non cerca altro che la “facile certezza di un qualcosa di conosciuto”. E la fortuna, o la bravura, dei Franz Ferdinand è quella di non perdere un grammo di energia nei loro pezzi nonostante siano passati più di dieci anni dal loro debutto. E “Right Action” prosegue nel solco delle celeberrime “Take Me Out” e “Do You Want To”, discostandosi poco o nulla da quegli strepitosi singoli. Un gran pezzo adatto per aprire pezzi e scatenare le folle, un pezzo da sfruttare nonostante rischi di stancare prima del previsto e lasciare il passo alla più ricercata “Love Illumination”, in questo momento più in basso in classifica. Per ora.

Del Meglio Del Mio Meglio, pt. 6 di 10

12 marzo 2016

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50. “Van Hande Med Dem?” (Brian Jonestown Massacre)

Già detto e ridetto: i Brian Jonestown Massacre sarebbero dovuti esplodere negli anni ’90 e i dischi che stiamo ascoltando ora sono solo una pallida imitazione di quello che sarebbero dovuti essere. Però, nonostante il calo di qualità, il loro lo fanno comunque e due-tre pezzi Anton Newcombe riesce comunque a metterli in saccoccia. “Vad Hande Med Dem?” (vuoi che riescano a fare titoli “normali”?) è uno di quelli che sembrano uscire da quegli anni ’90 dei quali più che mancanza si sente il tormento di non averli mai ascoltati, una band che si apprestava a sfondare ma che non è mai riuscita a fare breccia, soprattutto per le infinite colpe di Anton Newcombe. Il pezzo è comunque in linea con l’Alternative Folk dei loro momenti migliori, con la voce che non ha intenzione di entrare in primo piano e sembra quasi uno strumento ritmico in subordinazione a… ad altri strumenti ritmici.

49. “Love Illumination” (Franz Ferdinand)

I Franz Ferdinand sono tra i pochissimi gruppi a riuscire a mantenere la freschezza dopo aver varcato la soglia degli ostici tre album, sfornando un quarto lavoro di assoluta qualità e con una manciata di pezzi in competizione come “primo singoli”. Love Illumination è tra questi, un pezzo fresco e “Ferdinandiano”, con tutti i “clichè” della band ivi compreso la scarsa durata dello stesso pezzo tanto da far venire voglia di riascoltarlo subito… i più vicini a ricordare i Clash, non musicalmente ma nel desiderio di muovere la gamba al ritmo di ogni loro pezzo.

48. “Pedestrian At Best” (Courtney Barnett)

Due accordi, un cantato strascicato che ricorda nelle strofe Patty Smith e nel ritornello Courtney Love. Questa è Courtney Barnett, al suo debutto con un singolo d’impatto che lascia il segno per il coraggio di un cantato “parlato” che poche cantautrici possono permettersi e che lei ostenta al primo colpo… un pezzo che, si perdoni la ripetizione, sembra ricordare Patty Smith calata nella parte di Leader delle Hole.

47. “Heaven” (Depeche Mode)

Uh. Riprenderei quanto scritto nella recensione all’uscita di Delta Machine: “[etc etc] A costo di ripetermi, per la prima volta sento un Dave Gahan finalmente a suo agio con la voce, anche se quando esagera con gli alti trattenuti si nota che di lavoro ce n’è ancora da fare. Ma qualitativamente parlando è un salto triplo in avanti rispetto a quanto ascoltato fino a questo momento [etc etc].” Heaven è veramente un pezzone, una ballad cantata come non si sentiva da anni, la musica in subordinazione alla voce come poche volte è capitato ai Depeche Mode, un pezzo elegante e mai fuori dalle righe, una canzone da ballare come quando da adolescenti si aspettava il “pezzone” per poterci provare con la ragazzina (andando regolarmente di buca), un Dave Gahan mai così a suo agio con il microfono in mano. I Depeche Mode della maturità.

46. “Conversation 16” (The National)

Il pezzo più veloce e dinamico dei National. E questo non vuol dire, per chi non li conosce, che stiamo ascoltando qualcosa di frenetico ma rimaniamo comunque ai livelli di pezzo “più o meno tranquillo”, con la voce baritonale di Matt Berninger a far da padrone e la sezione ritmica che per una volta alza i ritmi arrivando a fare una canzone che si avvicina al ballabile, seppur pure questa può tranquillamente essere ascoltata sorseggiando semplicemente un bar e chiacchierando di cose banali. Un ottimo pezzo d’accompagnamento, giusto un pò più ritmato del solito.

45. “Chasing Shadow” (The Horrors)

Un lunghissimo intro di quasi tre minuti con le chitarre che fin da subito giocano con gli effetti tipici degli Horrors è la caratteristica di questo pezzo che esplode nella sua melodia solo al quarto minuto con un azzeccato motivetto che si nasconde dietro un muro di chitarre meno invasive del solito, abbandonando (in parte) i ritmi, gli effetti e le distorsioni Shoegaze per spingere di più sull’acceleratore della Neo-Psichedelia. Il facile ritornello rimane in testa fin dal primo ascolto di “Chasing Shadoes”, il che naturalmente non può che essere un bene.

44. “Honesty” (The Editors)

La ballatona firmata Editors è il punto più alto di un album tentennante, simbolo della perdita di smalto della Band inglese. Gli Editors si sono sempre definiti una band “dark wave dance” e i loro pezzi più famosi danno ragione a questo gruppo che è riuscito negli anni a fondere uno stile dark-wave che arriva direttamente dai primi anni ’80 con un tappetto sonoro di tastiere che ti porta inevitabilmente a ballare il pezzo. Honesty è diverso: la band di Tom Smith rallenta vertiginosamente il ritmo per concedersi un brano “da contatto”, un pezzo sì da ballare ma questa volta in coppia, in poche parole un “lentone” nel suo più classico termine con la voce di Smith che si discosta dal suo riferimento (Ian Curtis) arrivando finalmente a dare un tocco più personale della sua voce scoprendo nuove profondità della stessa. Un grandissimo peccato che non esista la versione remixata da Johnny Fairplay in vinile perchè quella Honesty sarebbe stata da Top10.

43. “Rider” (Okkervil River)

Un altro di quei rarissimi casi dove una Band mantiene negli anni il proprio suono arrivando però al successo addirittura al loro sesto album. Fin dalla fine degli anni ’90 i numerosi membri degli Okkervil River entrano in quel filone “Alternative Folk” reso poi famoso da band come Mumford & Sons. Gli Okkervil River non hanno nulla da invidiare ai loro colleghi con pezzi dal ritmo elevato e un ampio corollario di strumenti, dando ai pezzi una grinta fuori dal comune. Rider ne è l’esempio tipico: un frastuono di strumenti più o meno classici ed un cantato sopra le righe a “descrivere” questo pezzo dove però è primario l’elemento “Folk”, con i tipici riff degli strumenti a corda ad intervenire per mantenere la direzione del genere.

42. “All The Rage Back Home” (Interpol)

Gli Interpol invece sono il classico gruppo che con gli anni si è perso, non riuscendo a bissare il successo dei primi due album dando alle stampe due successivi dischi mediocri in tutto e per tutto. “El Pintor” risale leggermente la china ma il tocco magico degli Interpol è ormai irrimediabilmente perso e la band ormai si deve accontentare di sfornare un paio di ottimi singoli nel mezzo di un disco a tratti noioso. All The Rage Back Home è il pezzo più riuscito di El Pintor, un brano che finalmente riprende l’energia dei primi lavori degli Interpol, con un primo minuto di attesa ansiogena prima dell’esplosione del pezzo che fà ritornare per un momento il Gruppo Inglese come tra i migliori della scena. Peccato che attorno a questo bellissimo pezzo c’è quasi il nulla.

41. “Halcyon” (Delphic)

Gran bel debutto con “Acolyte” per questa band elettronica di Manchester, un disco che ha raggiunto l’ottava posizione nelle classifiche inglesi. Stranamente il loro pezzo migliore, Halcyon, esce solamente come quarto singolo bissando comunque il successo della precedente “Doubt”, con la quale ci sono molti punti in comune, il più importante di questi è la struttura Dance del pezzo seppur Halcyon ha una marcia in più per il fatto di non disdegnare una base sonora sulla quale oltre alle inevitabili tastiere sono ben presenti gli strumenti tipici da “sala prove”, con una chitarra che, seppur non in primo piano, dà al pezzo quel tocco più “realistico” rispetto alla danzereccia 100% che è “Doubt”. Naturalmente il punto di forza del pezzo è il ritornello con una melodia azzeccatissima e che si continuerà a fischiettare pure quando ormai il pezzo è finito e si stà ascoltando altro. Una canzone non da sottofondo, ma un pezzo da ascoltare e possibilmente ballare.

Del Meglio Del Mio Meglio pt. 5 di 10

8 marzo 2016

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60. “Dread Sovereign” (Shearwater)

Dread Sovereign. Ovvero un gustoso “antipasto” di un pezzo che andremo ad ascoltare più avanti, nella Top5 di questa classifica. Mi dilungherò solo allora sugli Shearwater, per ora basti sapere che questo brano mantiene la stessa calma, la stessa cadenza dall’inizio alla fine e quando sembra voler esplodere in un probabile quanto atteso boato non lo fà, lasciandoci tutti quanti nell’attesa di qualcosa che non verrà, trascinandoci nuovamente nello stesso ritmo, nella stessa tranquillità di una chitarra distorta ma mai molesta, una ninna nanna potente che riesce nello stesso tempo a tenere svegli chiudendo gli occhi senza accorgersene.

59. “Left Hand Free” (Alt-J)

Gli Alt-J con “Left Hand Free” entrano a far parte di quelle band indipendenti che sono riuscite a portare regolarmente il loro pezzo in radio. Left Hand Free in effetti è molto commerciabile come brano, una chitarra furba che arpeggia durante le strofe per poi alzare di tono, ma non troppo, al ritmo di un ritornello orecchiabilissimo sul quale non si riesce a non fischiettare e rincorrere vocalmente il pezzo assieme alla band.

58. “Hiders” (Burial)

Burial. Il Sociopatico DJ inglese sforna nel giro di poco più di un anno tre EPs di livello assoluto dando un significato musicale all’etichetta “Hyperdub”. Musica Elettronica che strizza più di un occhio alle atmosfere “Ambient”, un continuo “ringraziamento sonoro” al Maestro Brian Eno, questa Hiders è solo la “quiete prima della tempesta” e, non a caso, a fronte dei ritmi lentissimi e di un cantato trascinato, sono i rumori atmosferici a farla da padrone, quel suono di rugiada che anticipa la velocizzazione del pezzo, una velocizzazione solo assaggiata perchè di punto in bianco… BAM! si ritorna al punto di partenza e la rugiada si fà pioggia, tutto diventa silenzio e solo una flebile voce si fà sentire in chiusura di pezzo. Un bel pezzo Ambient, nell’attesa del capolavoro che verrà (e che recensirò più avanti, l’apoteosi di Burial).

 

57. “Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)” (Arcade Fire)

Gli Arcade Fire sono noti per essere dei poli-strumentisti d’eccezione di una band che live arriva a contare fino a nove elementi. Nel loro pezzo migliore di The Suburbs, il cantante “regolare” Win Butler lascia il microfono alla moglie Regine Chassagne, che normalmente si “limita” a suonare le percussioni, il piano, lo xilofono e chissà quanti altri strumenti più o meno convenzionali. Quel che viene fuori è un “pop barocco” che ricorda vagamente, nella parte melodica iniziale, Heart Of Glass dei Blondie. Sprawl II si discosta comunque fin da subito da quel famoso pezzo mantenendo però quel sapore “Anni 80” che però non lo riduce ad essere l’ennesimo tentativo di ritrovato vintagismo ma, grazie a quel tocco “barocco” di cui gli Arcade Fire son maestri, si cala perfettamente nelle musicalità e nelle atmosfere dei nostri anni.

 

56. “Be Free, A Way” (The Flaming Lips)

The Terror è un disco che andrebbe ascoltato senza alcuna distinzione da un pezzo all’altro, chiudendo gli occhi e facendoci trascinare dai psichedelici suoni come un’onda alta ma rassicurante, coscienti del fatto che mai potrebbe farci alcun male ma che il suo unico scopo è adagiarci sulla spiaggia e continuare ad ascoltare il suono della psichedelia ad occhi chiusi e immaginarci un mondo che non c’è. Il cantato del geniale Wayne Coyne và di pari passo con la musica sognante e stralunata dei Flaming Lips, e “Be Free, A Way” è in un certo senso il condensato di quello che vorrebbe essere “The Terror”, un condensato della sua parte più rilassata. Più tranquilla. Più psichedelicamente silenziosa.

55. “Hunger Of The Pine” (Alt-J)

Due pezzi degli Alt-J in questa quinta parte della Classifica. Hunger Of The Pine sembra quasi proseguire, senza volerlo, “Be Free, A Way” dei Flaming Lips, collegandosi con lo stesso tipo di atmosfera tranquilla e sognante al pezzo precedente. La psichedelia lascia però spazio al Rock Sperimentale tipico degli Alt-J, con le parti elettroniche che prendono il sopravvento su quelle “classiche”… al cantato che ricorda molto il Tom Yorke dei Radiohead si affianca, a sorpresa e sorprendentemente, un campionamento da “4×4” di Miley Cyrus, la quale si “improvvisa” corista incalzando i ritornelli con la frase “i’m a female rebel”.

 

54. “Kiss Me” (She Wants Revenge)

I She Wants Revenge con Valleyheart danno importanza assoluta al basso, mettendo lo strumento ritmico in primo piano a cercare di rendere interessanti i loro pezzi fin dalla prima nota. In un paio di brani l’ “esperimento” funziona con il basso che dà vita ad un riff incalzante fin dall’inizio e il desiderio di alzare il volume a sentire il più possibile, giovanilisticamente parlando, quanto pompa. Kiss Me si basa tutto sull’azzeccato giro di basso lasciando al resto della strumentazione, cantato compreso, il compitino di accompagnamento con una canzone che più classica non si può. Ma è una canzone che alla fine si lascia cantare e riesce a rimanere in testa, complice alla fine non solo il suddetto basso ma anche un ritornello sì banale ma melodico al punto giusto e soprattutto azzeccato nella struttura del brano.

53. “Love Will Tear Us Apart” (The Post Romantic Empire)

Post Romantic Empire. E chi sono costoro? Dietro quel nome si nascondono degli artisti italiani che hanno deciso di formare questo “ensemble” atto a salvaguardare la cultura romantica mescolandola con esperienze musicali tipiche della cultura pop occidentale. L’Ensemble è attivo da una decina di anni e dietro Giulio Di Mauro e Carlo Cassaro troviamo decine di artisti neo-classici, e non, provenienti da ogni parte del mondo. In questa rilettura lirico-moderna di Love Will Tear Us Apart troviamo al basso addirittura Peter Hook degli originali Joy Division. Il brano, della durata di ben diciassette minuti, si divide in due parti (quasi) ben distinte: nei primi dieci minuti la cover prende la strada dei suoni lirici con un totale utilizzo degli strumenti orchestrali e una voce femminile che si può ben definire “post-romantica”, la quale lascia quindi spazio all’intervento della chitarra elettrica che prosegue il riff del brano chiudendo quindi il tutto con un arpeggio che riprende la melodia stessa, fino all’arrivo degli ultimi tre minuti dove l’atmosfera la fà da padrone, quasi ricordando e ricollegandosi a The Eternal degli stessi Joy Division, un “vento musicale” a scrivere nell’aria la parola Fine.

52. “Io Cerco Te” (Il Teatro Degli Orrori)

Unico pezzo in Italiano presente in questa Top100, “Io Cerco Te” de Il Teatro Degli Orrori è il brano più coinvolgente del loro album “Il Mondo Nuovo”, uno tra i più veloci e ritmati del disco con un ritornello che ti entra subito in testa accompagnato da chitarre distorte e taglienti, quasi avvicinabili a ritmiche “punky” mentre Capovilla canta “io certo te” e “rilassandosi”, ma non troppo, durante le strofe mantenendo comunque una tensione perenne in ogni strumento, voce compresa.

51. “Gunga Din” (The Libertines)

Pete Doherty, sia con i Babyshambles che con i Libertines, ammetto di non averlo mai “cagato” più di tanto: le sue canzoni mi scivolavano regolarmente senza lasciarmi alcunchè di memorabile e dovessi anche solo nominarne una del passato non saprei da dove partire. “Gunga Din” è stato quindi un fulmine a ciel sereno, un’inaspettata quanto fresca sorpresa soprattutto grazie a delle influenze “Clashiane” fin troppo evidenti sin dalle prime note… il pezzo è uno di quei motivetti tipici da “una botta e via”: quest’anno presenti nella Top100 e forse tra un paio di anni destinato a finire nello scaffale delle canzoni mai più ascoltate. Ma per ora il suo dovere lo fà, seppur a rischio “toccata e fuga”.

Del Meglio Del Mio Meglio pt. 4 di 10

7 marzo 2016

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70. “Straight” (A Place To Bury Strangers)

L’ho già detto che gli A Place To Bury Strangers sono tra i miei cinque attuali gruppi preferiti? No, bene lo dico ora. Tanto li ritroveremo più avanti. Straight fà parte del loro ultimo album “Transfixiation” ed è un condensato di quello che è lo Shoegaze: un basso vorticoso che ripete ossessivamente lo stesso giro, le chitarre lasciate andare in libertà a creare un invalicabile muro di suono e una voce che non dimentica quanto sia importante, quasi fondamentale, la melodia nonostante il rumore provocato dagli strumenti. Li ho sempre paragonati alla loro città di provenienza, quella New York così rumorosa e così trafficata ma comunque sempre piena di sorprese. Ah, li ho pure conosciuti in un bar di Bologna.

69. “Bright Lit Blue Skies” (Ariel Pink’s Haunted Graffiti)

L’onda lunga dei Beach Boys arriva a toccare il loro miglior discepolo, quel Ariel Pink catapultato erroneamente nei nostri anni dal fato bastardo. Qui ancora con gli Haunted Graffiti, ma in fondo è pur sempre e solo Ariel Pink, il (lo?) psichedelico Artista nel 2010 ci regala il suo album di maggior successo, un allegro e malinconico revival degli anni ’60 che furono, arrivando pure a vincere qualche premio in giro per il mondo (con Round & Round). Bright Lit Blue Skies è Surfin’ Music all’ennesima potenza, due minuti e mezzo che sarebbero potuti tranquillamente entrare in un qualunque album dei Beach Boys.

68. “I’m So Unclean” (Evans The Death)

Il basso è il punto fermo degli Evans The Death, attorno al quale gravitano dei pezzi che più Rock’n’Roll di così non possono essere, ad eccezione della voce di Katherine Whitaker, che “modernizza” i ritmi della band con dei vocalizzi semi-lirici tra una strofa e l’altra… questo in soli due minuti e venti secondi di pezzo.

67. “How Do You Do?” (Hot Chip)

Torniamo dopo un pò a “ballare d’elettronica”. La base sintetizzata sembra arrivare direttamente dagli anni ’80 ma a far la differenza è la melodia del cantato, sia nelle strofe che nel ritornello, seppur quest’ultimo sia molto semplice. Ricordano molto i Depeche Mode del primo periodo post-Vince Clarke, seppur “How Do You Do?” punti  molto di più sulla voce che sulla parte strumentale.

66. “All Of This And Nothing” (Dave Gahan & Soulsavers)

Premessa: il nuovo disco di Dave Gahan & Soulsavers mi è arrivato a dicembre e ho avuto modo di ascoltarlo giusto un paio di volte. Al suo interno potranno esserci pure dei capolavori ma il giudizio vero e proprio è rimandato a quando avrò tempo e modo di ascoltarlo bene. Però fin dal primo ascolto questa “All Of This And Nothing” mi ha preso, con Gahan perfettamente incastrato nei Soulsavers e con una voce che migliora di disco in disco, Depeche Mode compresi. Il pezzo ha i tempi di una ballata anche se qualche esplosione musicale è presente durante gli oltre quattro minuti di suonata, in occasione del ritornello così anomalo rispetto ai precedenti lavori, un ritornello così lontano dall’essere un vero e proprio ritornello ma è più un “apri-pista” per il successivo momento musicale, con quel tappetto sonoro da “vorrei essere una Ballad ma ho troppo voglia di esplodere da un momento all’altro”.

65. “Reconstruction” (Brian Jonestown Massacre)

Eccoci nuovamente ad una delle mie band preferite per un rinnovato tuffo nella Psichedelia portata nei nostri anni. L’ho già detto che l’apice dei BJM è passato da un sacco di tempo però questo non vuol dire che Newcombe & Soci non riescano più a fare pezzi di qualità. Reconstruction sembra arrivare dritto dritto dai capolavori della Band usciti a metà degli anni ’90 quali Take It From The Man! e Their Satanic Majesties’ Second Request, quasi da immaginarlo in mezzo a pezzi quali Anemone, When Jokers Attack, Servo ma soprattutto Open Heart Surgery alla quale questa “Reconstruction” sembra essere il sequel, con quelle sonorità che provano ad unire i Cure alla Psichedelia, una mescolanza lanciata dritta a questo decennio.

64. “The Valley” (Okkervil River)

Passiamo al lato più Folk di questa classifica, con gli Okkervil River che sfidano i più quotati Mumford & Sons sul loro campo. “I Am Very Far”, il disco degli Okkervil River, è un ottimo condensato di musicalità folk con l’utilizzo ossessivo del mandolino quale strumento “non convenzionale” a dare, se ce ne fosse ancor più bisogno, un’impronta Folk ancor maggiore. Il pezzo è comunque semplice, con un cantato poco sopra le righe vicino ad un continuo urlato e un tappetto sonoro che ricorda fin dal primo secondo le sonorità che andremo ad ascoltare.

63. “Fresh Strawberries” (Franz Ferdinand)

I Franz Ferdinand, uno dei pochissimi gruppi a rimanere qualitativamente sulla cresta dell’onda dopo aver superato l’ostico ostacolo (uh!) dei tre dischi pubblicati. Al quarto disco pubblicato i Franz Ferdinand continuano a dispensare melodie originali e coinvolgimenti, in primis questo pezzo assolutamente ballabile, sentito più e più volte nelle radio ma che fà una figura ancor più porca nella sua dimensione “live”, vero punto di forza della band. Anche in studio il pezzo, seppur meno potente, riesce a rimanere coinvolgente con non solo il ritornello a rimanere in testa ma proprio tutti i tre minuti, e poco più, del brano.

62. “Bad Vibrations” (Black Angels)

Ogni volta che ascolto questo pezzo non riesco a capire perchè non lo metto più in alto in classifica, poi mi accorgo che forse esagererei con i brani dei Black Angels, penalizzando forse eccessivamente capolavori come “Bad Vibrations”. Ma non importa, che sia 62 o 2 l’importante è far scoprire piccole chicche di questi anni ’10. I Black Angels sono probabilmente in questo momento il miglior gruppo a far coesistere lo Shoegaze e la Psichedelia e questa Bad Vibrations ne sembra essere il manifesto, una prima chitarra ossessiva a ripetere lo stesso giro creando un muro sonoro invalicabile, e una seconda a “sbizzarrirsi con criterio”, il tutto coadiuvato da un basso “molesto” e una voce monotona e ansiogena, fino all’esplosione dei minuti finali ad alzare il ritmo e fondere tutti gli strumenti in unico solo grande rumore. Un pezzo che “live” scatenerebbe le folle.

61. “I Can See Through You” (The Horrors) 

A proposito di Shoegaze Psichedelico, gli Horrors erano gli alfieri di questo genere (che, avrete capito, è il mio preferito) prima dei mezzi passi falsi degli ultimi album e all’esplosione contemporanea di band quali Black Angels e A Place To Bury Strangers. Ma la classe non è acqua e anche dentro album zoppicanti troviamo perle quali “I Can See Through You” che, pur non raggiungendo livelli come il CAPOLAVORO “Sea Within A Sea”, entra di fatto tra i migliori pezzi scritti da Badwan & Soci, i quali alzano il ritmo con questo pezzo, dandogli una dimensione più pop rispetto ai lavori precedenti, coretti finali compresi che però non stonano a fronte del tipico muro “noise” delle chitarre, intente come sempre a battagliare con le melodie tastieristiche, regalando un suono sulla carta difficile da spiegare ma che ben si amalgama nel suo insieme.

Del Meglio Del Mio Meglio pt. 3 di 10

5 marzo 2016

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80. “Stairway To The Best Party In The Universe” (Brian Jonestown Massacre)

Eccoli nuovamente i BJM, che pur nel loro declino riescono lo stesso ad inserire qualche pezzo in questa Top (certo, c’è la faziosità ma fortunatamente la musica è così). Questo pezzo è decisamente più tagliente, chitarristicamente parlando, rispetto ai loro ultimi brani con il riff di chitarra che si alterna al cantato di Anton Newcombe quasi come a duellare dall’inizio alla fine… un cantato quasi sotto-voce a non disturbare un Party che comunque non c’è perchè nei BJM non può di certo esserci la felicità.

79. “My Number” (Foals)

Boh. I Foals faccio veramente fatica a capirli. Ci sono giorni che li adoro e altri giorni che li reputo inascoltabili e quasi banali. My Number però merita anche nei giorni peggiori, con quei primi secondi che sembrano quasi iniziare direttamente dal ritornello capendo minuto dopo minuto che in effetti è così. La band di Oxford ha percorso tutti i sotto-generi del Rock indipendente arrivando a fare pezzi pure molto vicini al Punk più danzereccio, ed in effetti “My Number” si avvicina molto a questo, se solo avessero provato ad avere un pò di coraggio in più con le chitarre.

78. “Under The Pressure” (The War On Drugs)

“Lost In The Dream”, terzo e per ora ultimo disco dei War On Drugs, è stato l’album di maggior successo della Band originaria di Philadelphia. Un LP che parte subito con “Under The Pressure”, un compendio di quello che sono i War On Drugs, un’onestissima folk-indie-band che riesce ogni tanto ad uscire dalla normalità per piazzare il guizzo. Under The Pressure ha tutto quello che sono i War On Drugs anche musicalmente, una chitarra solista sempre attiva e capace di creare l’attesa per il ritorno della voce di Adam Granduciel, con un momento strumentale decisamente significativo ad inframezzare efficacemente il pezzo ed un finale che abbandona il folk per regalare all’ascoltatore un pizzico, ma proprio un pizzico, di vecchio shoegaze-psichedelico. Nove bellissimi e mai noiosi minuti.

77. “Desire” (Anna Calvi)

Ancora Anna Calvi e questa volta con il suo Debut Album. Desire è il primo pezzo che ho ascoltato della giovane cantautrice londinese e fin dal primo secondo non c’è modo di tenere a freno il piede a scandire il ritmo assieme alla batteria. Un pezzo che mette in mostra le enormi doti vocali di Calvi, una chitarra per una volta relegata quasi in secondo piano per lasciare il palcoscenico come già detto alla voce della londinese, che senza fatica alterna momenti di cantato più classico ad episodi lirici di assoluta qualità. Favolosa. E il piede ancora si muove a tenere il ritmo mentre l’erede di PJ Harvey suona e canta.

76. “Lonely Boy” (Black Keys)

Rock’n’Roll. I Black Keys azzeccano il primo singolo per lanciare “El Gran Camino” con questo pezzo che ha fatto furore dappertutto, dalle radio ai canali tematici musicali. Tre minuti di puro Rock’n’Roll ad altissimi ritmi e con un ritornello che francamente non è possibile non cantare, un pezzo con una magnifica contraddizione che pochissimi in Italia hanno capito: il testo è di una tristezza sconvolgente, come quasi tutti quelli dei Black Keys. Ballate piangendo, please.

75. “San Francisco” (Foxygen)

Quasi una ninna nanna questa “San Francisco” degli stralunati e sognanti Foxygen. A me questo gruppo fà addirittura tenerezza, adoro la semplicità e la dolcezza delle loro melodie… se dovessi fare un paragone mi verrebbero in mente i Fools Garden di Lemon Tree ma, a differenza loro, se “prendono” dei Foxygen non si riesce poi a farne di meno.

74. “Terrible Love” (National)

E dai sognanti Foxygen passiamo agli ansiogeni National, la band americana che fà della voce baritonale di Matt Berninger il loro punto di forza. Dei National a memoria non ricordo un pezzo ad alti ritmi ma questo non è un male visto che il meglio lo danno quando il pezzo deve durare abbastanza per poter infine decollare, far chiudere gli occhi ed essere convinti che quell’ansia ce la siamo inventata noi. I National sono ostici, a molti possono sembrare noiosi e sono il classico gruppo “piace o non piace”. Ma Terrible Love non può lasciare indifferenti.

73. “Powerful” (Major Lazer)

Eresia! I Major Lazer! Ebbene sì, personalmente i Major Lazer con il loro ultimo album hanno azzeccato le collaborazioni e regalato ai fan qualche pezzo che potrà essere ricordato negli anni a venire e non solo una “Fast Food Song” estiva alla “Lean On”. Powerful si appoggia sulle magnifiche doti vocali di Ellie Goulding, che duetta con il bravo Tarrus Riley anche se è la cantante a rubare la scena a tutti, Major Lazer compresi che giustamente si limitano a dare la base giusta, non troppo invasiva, per risaltare al meglio la protagonista del pezzo. Quasi una ballad, come è giusto che sia.

72. “Love Me Forever” (Black Angels)

E anche questa dovrebbe essere una ballad visto il titolo della canzone, però i Black Angels sono i Black Angels e non possono non inserire le loro disturbanti distorsioni che ricordano la loro provenienza Shoegaze “via psichedelia”. L’inizio è in effetti spiazzante, tranquillo, cantato attendista, chitarra “timida”… poi arriva il ritornello (Un “Love Me Forever” ripetuto più e più volte) e finalmente le chitarre scatenano tutta la loro distorsione psichedelica costringendo pure Alex Maas a seguirle con il cantato, ma non troppo eh. In fondo lui voleva parlare d’amore.

71. “Piece By Piece” (Anna Calvi)

Uscito come terzo singolo di “One Breath”, Piece by Piece è per me il pezzo più riuscito del disco con Anna Calvi che questa volta non mette in secondo piano la sua chitarra a discapito della sua sempre strepitosa voce. Perchè, non dimentichiamolo, oltre ad avere una voce incredibile, la musicista è anche una buonissima chitarrista. E in questo pezzo finalmente la chitarra può duettare alla pari con la voce, alternando piccoli simil-assoli di accompagnamento a riff più rumorosi a spezzare il ritmo apparentemente soffuso del pezzo.

 

Del Meglio Del Mio Meglio Pt.2 di 10

3 marzo 2016

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90. “Illuminomi” (Brian Jonestown Massacre)

I Brian Jonestown Massacre. La band di Anton Newcombe meriterebbe un post a parte ed infatti, dopo aver rivisto per la decima volta il documentario a loro dedicato Dig!, a loro dedicherò un “best of” dei tanti favolosi pezzi che hanno composto e suonato dagli anni ’90 in poi. I BJM arrivano in questi anni con il meglio del loro repertorio ormai già raccontato e dopo aver tentato, e fallito, una svolta musicale elettronica con “Who Killed Sgt. Pepper?”. Dall’album successivo i BJM ritornano sui loro passi con le tre chitarre e il tamburello in primo piano, gli anni ’60 che non si possono dimenticare e una forma-canzone dall’aspetto classico. Non sono più i giorni migliori ma i BJM meriteranno sempre il loro posto nelle Top.

89. “Where Are We Now?” (David Bowie)

Primo singolo, uscito il giorno del suo sessantaseiesimo compleanno, del fortunato “The Next Day”, David Bowie torna dopo anni ai vertici delle classifiche con questa ballad che in quattro minuti e mezzo sviscera da sola il significato dell’album in divenire (The Next Day sarebbe uscito due mesi dopo), con la sua indimenticabile copertina a ricordare Heroes. E Where Are We Now? è quella copertina fatta musica, a ricordare malinconicamente il periodo berlinese ed un tempo che ormai è andato. Una beffa, consapevole, di quel che accadrà tre anni dopo, il prologo dell’ultima parola del Duca Bianco.

88. “Fever” (Black Keys)

Come successo con il disco precedente, i Black Keys si affidano come primo singolo del nuovo “Turn Blue” ad un pezzo veloce, con ritmi alti, seppur decisamente più vario del precedente Lonely Boy. Il pezzo è coinvolgente e il duo azzecca la scelta di utilizzare nuovamente come primo singolo il loro pezzo più ritmato, anche se naturalmente non è il più bello del disco visto che i punti di forza dei Black Keys sono i “momenti lenti”. Fever comunque ti fà battere il piede per terra a tener il ritmo in compagnia del batterista.

87. “Symphony Of The Nimph” (Ariel Pink)

Ritorniamo a parlare del folle Ariel Pink, un alieno dei nostri tempi per errore catapultato dagli anni ’60. Il giro di tastiere/organo è ossessivo dall’inizio alla fine mentre Ariel Pink sembra cantare controvoglia e ripetendo sempre lo stesso schema dall’inizio alla fine, un pezzo senza un vero e proprio ritornello ma con delle strofe ritmicamente uguali a sè stesse… ma tra l’una e l’altra la sorpresa di qualche piacevole coro a rompere la continuità del pezzo assieme ad effetti sonori tipici della psichedelia di quei tempi.

86. “City With No Children” (Arcade Fire)

Dopo essersi fatti notare da chiunque con i loro primi due lavori, gli Arcade Fire rischiano con “The Suburbs” il Colpo Grosso provando ad alzare il livello delle loro musiche, non solo dal punto di vista della qualità ma concedendo al pubblico un disco che supera i sessanta minuti. Il Colpo Grosso è riuscito a metà perchè a fronte di elevati picchi gli Arcade Fire inciampano su momenti noiosi portando in vinile dei pezzi che sarebbero andati bene come B-Sides. City With No Children non è naturalmente tra questi, è anzi uno dei pezzi più “chitarrosi” e coinvolgenti del disco, un riff convincente dall’inizio alla fine ed una sorta di dimostrazione che il mega-gruppo canadese può andare oltre i loro schemi vincenti. Non sarà una delle loro canzoni migliori, nemmeno all’interno del disco stesso, però rimane comunque un pezzo notevole. Molti pezzi di quel disco sono al livello di “City With No Children” ma il riff che rimane in testa ha fatto alla fine la differenza.

85. “Santa Fè” (Beirut)

Ecco un altro figliol prodigo che si perde dopo un paio di dischi di eccellente livello. I Beirut è semplicemente Zach Condon, polistrumentista da un roseo futuro incerto, incapace purtroppo a fare lo step successivo e fermatosi quindi al livello di “Genio Indie”. Santa Fe sembra quasi banale nello suo svolgimento, un esercizio di stile atto unicamente a riscaldare la voce e le doti musicali di Condon ma alla fine, pur nella sua tranquillità folkeggiante-caraibica, il pezzo coinvolge e rimane in testa, rendendo piacevole l’ossessiva presenza di trombe, piani, percussioni e tutti gli strumenti che ogni volta il Sig. Beirut sembra quasi costretto a dover inserire in ogni pezzo. Un pezzo che costringe a muovere la testa a ritmo, dolcemente.

84. “Doubt” (Delphic)

“Doubt in it all for me, I’ve hit the wall, all that’s left for you is doubt” Sì, fondamentalmente Doubt dei Delphic è un pezzo che di certo avrete sentito in molti locali cosiddetti di tendenza. E’ un pezzo commerciabile (un giorno spiegherò perchè preferisco usare questo termine rispetto a “commerciale”) e che si discosta totalmente dalle mie radici esclusivamente punk-chitarrose. Però è un bel pezzo, un ritornello che non puoi non fischiettare e magari cantare e quasi quasi viene pure voglia di ballare. Ma tanto io non ballo.

83. “Now There Is Nothing” (Hot Chip)

Ancora Elettronica con questo gruppo che ho scoperto da pochissimi mesi e del quale non conosco nulla se non il loro ultimo disco, preso quasi a “scatola chiusa”. E così vado a scoprire “Now There Is Nothing”, un pezzo che ben si adatta sia ai Lounge Bar ma anche a quei locali più alternativi ad uso e consumo della musica elettronica. Ritmi quindi tranquilli, belle alternanze tra momenti più e meno rilassanti ed una voce che non è calda ma ben si avvicina ad esserlo. Anche qua viene voglia di cantare assieme alla band anche solo dopo un ascolto del pezzo, o addirittura prima.

82. “Can’t Do Without You” (Caribou)

E dall’Inghilterra passiamo al Canada rimanendo però, ed è tripletta, sull’Elettronica. Cavolo, e pensare che se vent’anni fà m’avessero detto che negli anni ’10 avrei ascoltato un sacco di Elettronica probabilmente avrei riso in faccia a quel millantatore. Ma tant’è. Can’t Do Without You si avvicina moltissimo al pezzo degli Hot Chip precedentemente recensito, una canzone decisamente più briosa e ritmata ma che comunque sarebbe perfetta al bar più che in discoteca. Il tappetto di tastiere e i ritmi più alti me la fanno preferire comunque a “Now There Is Nothing”.

81. “Eliza” (Anna Calvi)

Torniamo a sentire le chitarre. Anna Calvi, la timidissima ragazza-prodigio londinese di origini italiane, sforna due album di assoluto prestigio consolidando la sua posizione tra le migliori cantautrici del panorama musicale. Il secondo disco, One Breath, è più elaborato del debut-album e Anna Calvi aggiunge quel coraggio in più per un ulteriore salto di qualità, spingendo le chitarre ad essere ancor più effettate e in parallelo la sua voce a livelli più alti, rischiando molto ma vincendo la scommessa.

 

Del Meglio Del Mio Meglio Pt.1 di 10

1 marzo 2016

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Sono passati due anni dall’ultimo articolo di questo blog, ma non allarmatevi: questa serie di post saranno probabilmente una “One Night Only” e chissà per quanto tempo ancora non scriverò nuovamente altro.

Andiamo subito al sodo: abbiamo già superato la metà di questi anni ’10 di questo nuovo millennio e tanta bella musica è entrata nelle nostre orecchie. Certo, noi guardiamo ancora come “divinità” gli incredibili e inimitabili anni ’70, gli anni della maggior parte dei capolavori musicali della pop-rock music in ogni salsa, ma io ho sempre la speranza che tra cinquant’anni qualcuna delle canzoni uscite in questi ultimi anni possa essere ancora ricordata e lasciare il segno.

Ecco, naturalmente non sono andato al sodo… ci vado ora: questa è la TOP100 delle canzoni uscite dal 2010 in poi… unica discriminante, sono presenti solo canzoni delle quali ho la loro trasposizione in vinile, insomma solo pezzi che “fisicamente posso toccare”.

Questo primo articolo esaminerà la Classifica dalla Posizione Numero 100 alla Numero 91, e (quasi) ogni giorno verrà pubblicato un nuovo post con altre dieci posizioni di questa Top100.

Si parte per questa lunga maratona musicale!

Edit 1: durante la preparazione del post mi sono accorto che avevo dimenticato di inserire in classifica due pezzi da Classifica e, visto che avevo già preparato la descrizione di quelli che ora sono ai Numero 101 e 102, ho deciso di lasciare comunque in scaletta pure questi ultimi pezzi!

102. “2012… We Must Be Upgraded” (Flaming Lips feat. Ke$ha).

Nel 2012 i Lips pubblicano finalmente un disco con le migliori collaborazioni avute negli ultimi anni… Coyne ha un “debole” per Ke$ha (tanto che sarebbe dovuto uscire un lp intero a nome Lip$ha) e il pezzo d’apertura di “Heady Fwends” è proprio quello con la cantante pop, brano musicalmente “tagliente” che mette in risalto sia l’aggressività che la dolcezza canora dell’interprete.

101. “Telephone” (Black Angels)

Pezzo che ha raggiunto le nostre case anche grazie ad una pubblicità di una nota casa automobilistica, Telephone non raggiunge nemmeno i due minuti ma è un bel pezzo rock’n’roll come pochi, accostabile alla nota “Something Else” per la struttura musicale. Leggero e divertente.

100. “Hounds” (The Antlers)

Un viaggio stellare, e non solo per la copertina dell’LP. E’ un pezzo lento, sognante, da ascoltare ad occhi chiusi. Coinvolgente per chi adora ritmi tranquilli, soffusi e delicati, da escludere a chi ha bisogno di brio e vivacità.

99. “Put Your Number On My Phone” (Ariel Pink)

Due sono i Geni che vivono questi anni ’10 dimenticando di essere negli anni ’10 ma anzi convinti di essere finiti negli psichedelici ’60s. Uno è Anton Newcombe dei Brian Jonestown Massacre (ci torneremo), l’altro è Ariel Pink, stralunato musicista che dimostra trent’anni più di quelli che ha, non solo fisicamente. Il pezzo è pura aria anni ’60s con i Beach Boys che ringraziano sentitamente dei continui omaggi che l’ex Haunted Graffiti rivolge loro.

98. “Lost In The Dream” (The War On Drugs)

Per me è una band da freno a mano tirato. Ogni volta sembrano pronti al disco-capolavoro, lasciano qualche indizio qua e là ma alla fine si limitano a regalarci un paio di grandi pezzi per album… eppur basterebbe quel “pò” che forse alla fine non avranno mai e si accontenteranno di essere ricordati come un’onesta band alternative-folk. I loro pezzi migliori sono quelli più lenti e riflessivi, abbandonando lo “shoegaze” che li ha di fatto lanciati tra i gruppi da ascoltare. Lost In The Dream è un onesto e tranquillo pezzo che potrebbe entrare tra i brani Folk più belli degli ultimi tempi.

97. “First Day Of Spring” (The Horrors)

E a proposito di Shoegaze, gli Horrors sono tra i capofila del movimento nato grazie (e inconsapevolmente) ai Jesus And Mary Chain. Anche gli Horrors hanno in parte abbandonato il periodo “rumorosi ad ogni costo” portando avanti la loro consueta melodia con chitarre più chiare e quasi pulite, riuscendo comunque a mantenere alti i ritmi. Un ritornello coinvolgente da fischiettare e che, se piace, ti rimarrà in testa a lungo… molto molto a lungo.

96. “Depreston” (Courtney Barnett)

Nel suo album di debutto, la chitarrista-cantautrice Courtney Barnett sforna un paio di pezzi veramente buoni. Forse influenzata un pò troppo dalla Courtney Love di “Holiana” memoria, la giovane Barnett con questa ballad riesce comunque ad uscire da quel paragone per ora troppo ingombrante. Pezzo semplice semplice tenuto sù dalla chitarra e dalla voce della cantante, con una dolce melodia che si lascia ricordare piacevolmente.

95. “Kill Your Heroes” (Awolnation)

Alziamo finalmente i ritmi con un pezzo che negli Stati Uniti ha avuto un discreto successo anche grazie al suo utilizzo in una puntata dell’adolescenziale “Vampire Diaries”. Presente nel discontinuo “Megalithic Symphony”, Kill Your Heroes è il pezzo più “Rock” del disco, anche se non sono assenti le consuete venature elettroniche tipiche di Awolnation.

94. “A Ton Of Love” (Editors)

Primo singolo di “The Weight Of Your Love”, gli Editors non raggiungono le vette artistiche dei primi due dischi regalandoci comunque un paio di pezzi coinvolgimenti. A Ton Of Love strizza l’occhio ai primi U2 con un ritornello di facilissima fruizione, una delle canzoni più commerciabili mai scritte dagli Editors. Classico pezzo che ti rimane in testa senza problemi ma che rischia di finire nel dimenticatoio dopo un paio di anni.

93. “Acolyte” (Delphic)

Lunghissimo pezzo strumentale (quasi nove minuti) da parte di questa band elettronica di Manchester, che con il loro disco di debutto piazza ben tre pezzi da “Top”. Nonostante la lunga durata e la totale assenza di canto, Acolyte passa agevolmente, alternando ritmi alti a momenti più tranquilli e atmosferici… un bel pezzo di elettronica, seppur sempliciotto.

92. “Soothe My Soul” (Depeche Mode)

All’uscita di Delta Machine avevo (ironicamente ma non troppo) scritto che questo era il primo album di Dave Gahan dove cantava veramente, riuscendo finalmente a districarsi su più tonalità senza dare la sensazione di sforzarsi. Su Soothe My Soul torniamo comunque ai vecchi DM elettronici mid-tempo, un pezzo che può tranquillamente passare sia in discoteca ma pure come semplice ascolto in una qualsiasi sala d’attesa. I tempi migliori sono passati da anni ma ogni tanto Gahan e soci qualche colpo riescono ancora a spararlo.

91. “A Day In The Life” (Flaming Lips ft. Miley Cyrus)

Forse l’unica cover presente in questa classifica, ma che cover e che sorpresa alla voce. Come immagino tutti, anche io sono rimasto decisamente perplesso dalla scelta dei Flaming Lips di collaborare con Miley Cyrus dopo che Ke$ha ha purtroppo dovuto dire “no, grazie” per i suoi problemi personali… dopo una piacevole versione di “Lucy In The Sky With The Diamonds”, i Lips & Cyrus mettono mano al mio pezzo preferito dei Beatles, regalandogli una magnifica salsa neo-psichedelica su una canzone che già di psichedelico ne aveva a tonnellate. La prima parte è in mano a Wayne ma dopo l’intermezzo “fraccassoso” è Miley a prendere le redini di “A Day In The Life”, mantenendo un tono di voce bassissimo e azzeccato lasciando quindi il gran finale nuovamente al leader dei Lips. Una gran bella cover.

 

L’Incompetente insiste

25 febbraio 2014

Un periodo molto strano: un forte desiderio di ascoltare roba nuova ma allo stesso tempo non c’è nulla che sia così interessante da meritarsi una recensione.

E così ancora una volta regalo il mio spazio a Mr. Incompetente con le sue cine-recensioni… un terzetto di film usciti negli ultimi anni e che per un motivo o per l’altro meritano almeno una visione!

 

LIFE OF PI – VITA DI PI (2012)

di Ang Lee con Suraj Sharma, Irrfan Khan, Adil Hussain, Tabu, Rafe Spall

Quando Ang Lee ha una solida storia da raccontare, sa come farlo. E lo dimostra con questo film, assimilabile a una favola moderna, che lui gestisce con maestria e con quel tocco fatato che qualche tempo addietro lo rese famoso.
Per mettere in scena questo contesto fiabesco, Lee utilizza lo strumento che più di ogni altro si adatta al genere: l’animazione. Pur essendo un film  in live action, infatti, il regista pesca a piene mani dalla grafica computerizzata e offre la sua versione di Disney sotto acido per rendere al meglio il naufragio di cui è protagonista Pi. E, al di la di qualche leggero inciampo (vedi la scena dell’orango sul casco di banane), il gioco gli riesce piuttosto bene, donando atmosfere rarefatte a un impianto scenico che, grazie al green screen, diventa assolutamente di prim’ordine. L’infinito oceano dove si svolge il corpo principale della storia, con i suoi pericoli, la sua notte peina di stelle e le sue devastanti tempeste, diventa una location ideale per la narrazione.
Narrazione che ruota soprattutto sul rapporto tra il protagonista e la tigre, belva feroce che condivide, suo malgrado, il destino del naufrago. Il rapporto tra i due esseri viventi diventa il leit motive di tutta la vicenda, riuscendo a non annoiare, nonostante per un lungo periodo siano solo loro due i personaggi sullo schermo. La perfetta gestione dei tempi e l’incredibile immaginario visivo del regista offrono alla storia la solidità necessaria per arrivare alla conclusione.
Eppure il film non mi ha colpito per questo. E nemmeno per la millantata ricerca spirituale tendente al divino che il regista, forse esagerando un pò, ha tentato di far passare come autentico motivo dominante di tutto il lavoro.
Ang Lee si gioca la sua carta vincente proprio sul finale, dove con uno stratagemma che pare invertire, se non ribaltare, tutto ciò che si è visto fino a quel momento, decide di prendersi un rischio non da poco. Questa scelta particolare avrebbe potuto determinare la rovina di tutto il suo lavoro, asportandogli ogni sorta di magia.
Invece la sceneggiatura fa il suo lavoro e offre alla pellicola una dignità ancora superiore rispetto a quella che il film avrebbe avuto con una conclusione lineare. Scegliendo di portare a termine in questo modo la trama, infatti, gli autori omaggiano il loro protagonista elevando, nel contempo, la letteratura stessa, mettendo in risalto la capacità di quest’arte di rendere migliore la vita di chi ne sa cogliere l’essenza.

E così Ang Lee riesce a dare vita a quello che, secondo me (e solo tra quelli che ho visto), è il suo miglior lavoro. Un film che riesce ad intrattenere, a far divertire e a lasciare dietro di se un sapore buono.

Saluti

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CHILDREN OF MEN (2006)

di Alfonso Cuarón con Clive Owen, Michael Caine, Chiwetel Ejiofor, Julianne Moore, Clare-Hope Ashitey

In un futuro molto prossimo, le femmine del genere umano diventano sterili provocando 18 anni di natalità zero.  L’umanità è in una situazione di totalle follia e nessun posto sembra sicuro, tranne l’isola felice di Londra, che poi è l’ambientazione di partenza di questa storia.
Cuaron mette in scena un futuro credibile in cui l’assenza di speranza in un avvenire che mai arriverà, è ben rappresentata dalle tensioni palpabili che si respirano. La stessa Londra, pur parzialmente vivibile, è scossa da attentati a cui gli abitanti sembrano aver fatto l’abitudine.
Da un punto di vista generale la struttura è ben congeniata e regge all’impatto visivo. La trama però soffre di una certa pesantezza, dovuta alla farcitura di stereotipi e retorica che sa di già visto e sentito. Anche i personaggi paiono poco ispirati e si fatica a entrare in empatia con loro.
Ma il regista, che pare essere consapevole di questo, dissemina la pellicola di momenti di rottura che si riprendono l’attenzione che in alcuni momenti pare svanire.
La sequenza dell’agguato nel bosco, per esempio, è un chiaro indicatore di questa tendenza. Solitamente non amo molto la camera a mano, utilizzata per nascondere difetti di sceneggiatura o di capacità registiche. Quando però la si affida a qualcuno che sa fare il suo lavoro i risultati si vedono. Pur riuscendo a trasmettere adrenalina e a portare lo spettatore dentro l’azione, infatti, non esce mai dai binari, mantenendo sempre ben chiaro ciò che accade sullo schermo e dando una dose di spettacolarità eccezionale a tutto il complesso. In una parola: cinema.
Questi momenti, come detto, sembrano essere messi da Cuaron per spezzare una narrazione poco fluida e poco originale. Quasi per far risedere sulla poltrona lo spettatore che rischia di annoiarsi e chiedergli ancora un pò di tempo. Non so se queste fossero state le reali intenzioni del regista, ma sicuramente dargli retta non è un’idea sbagliata.
L’ultima mezzora-tre quarti d’ora di film ripagano dell’attesa entrando nel novero dei momenti più belli di cinema che mi siano capitati di vedere di recente. Non che la storia prenda una piega inaspettata, anzi, si può dire che si capisce fin da subito come lo snodo narrativo si risolverà e persino le modalità secondo cui questo succederà.
Qua viene fuori la mano di un regista davvero capace di dar forma alla materia. L’ascesa finale, la crescita della storia, di nuovo la telecamera a mano, sono da bocca aperta. Per trenta minuti ci si incolla allo schermo, incapaci di pensare ad altro, trascinati dentro la storia senza possibilità di tregua. Persino il climax, un pò scontato come idea, riesce ad essere potente come uno schiaffo inaspettato.
Tutto ciò che prima sembrava così scontato e persino banale, si risolve in un modo violento e salvifico allo stesso tempo, grazie al grande impianto scenico di Cuaron e a un commento sonoro decisamente indovinato. Persino il finale, che a pensarci pare fin troppo sentimentale, dopo quest’orgia estatica diventa simbolico ed efficace come non mai.

Un film da vedere asolutamente. E una volta guardato la prima volta, da rivedere e rivedere. Sicuramente superare lo scoglio della parte inziale e centrale, in cui gli autori ci preparano la tavola, non è semplice. Ma una volta che si da a Cuaron un pò di fiducia, lui ripaga con gli interessi. Minchia se lo fa.

Un saluto

 

THE LINCOLN LAWYER (2011)

di Brad Furman con Matthew McConaughey, Marisa Tomei, Ryan Phillippe, William H. Macy

Legal thriller con qualche innesto noir, questo film ci racconta la storia di un avvocato penalista e senza scrupoli (McComecazzosichiama) alle prese con un cliente, giovane rampollo viziato di una famiglia facoltosa (Phillippe), accusato di un’aggressione di cui si professa innocente.
Film ben girato dal mestierante Furman, qui alle prese con una produzione hollywoodiana alla quale non è probabilmente abituato. Leggenda narra, infatti, che questo lavoro avrebbe dovuto essere affidato a Tommy Lee Jones, ma che, a causa di divergenze creative, sia finito nella mani del regista in questione.
A dire la verità, in qualche occasione Furman si lascia andare a qualche virtuosismo poco affine alla trama. Specialmente a un utilizzo un po spinto dello zoom e a qualche momento giratesta di troppo.
Sono comunque dettagli che alla fine risultano trascurabili, perchè tutta la pellicola poggia su due robuste colonne portanti.
Innanzitutto l’ottima fotografia, che senza particolari trovate è in grado di catapultarci nella calda e assolata Los Angeles, dandoci da sola il giusto posizionamento spazio temporale.
In secondo luogo il film beneficia di una sceneggiatura solida, che pur nell’intreccio a volte complesso, riesce a mantenere sempre ben chiaro l’andamento della trama. Poi c’è l’ottima gestione dei dialoghi. Sempre puliti, in poche battute hanno il pregio di dare una chiara definizione dei personaggi.
McChiè non è esattamente un campionario di espressioni, ma comunque risulta credibile nel suo ruolo da avvocato belloccio e spregiudicato. Phillipe, dal canto suo, ha già dimostrato di saper intepretare il classico viziatello un filo stronzo, anche perchè la sua faccia da sberle lo aiuta molto nel compito. Forse un pò sprecata Marisa Tomei, in un ruolo un poco marginale che ci priva di parte della sua bravura. Interessante comunque l’intreccio con il personaggio principale, da coppia scoppiata ma non troppo, che aggiunge un po di sapore al contesto.
Se questo lavoro ha un difetto vero è una certa sovrabbondanza di finali. Si è deciso di chiudere tutte le linee narrative in sequenza, cercando di sorpendere lo spettatore con continui colpi di scena racchiusi nello spazio conclusivo del film. Ma più che un festival dell’effetto sorpesa, a me questa scelta ha ricordato una ciotola piena di acqua gettata sul brodo, per dare l’impressione che durasse di più.

Non è una di quelle pellicole che mi farà strappare i peli dal petto e urlare ringraziamenti agli dei del cinema. E’ comunque un lavoro godibile, che intrattiene per il tempo che richiede la visone e poi se ne va come se non fosse mai esistito.

Un saluto

Psychosis 2.0

29 gennaio 2014

 

Su Soundcloud ho pubblicato un nuovo missaggio, un “tributo” musicale ai Flaming Lips e alla Neo-Psichedelia.

Questa la scaletta:

1. The Flaming Lips – You Lust
2. Pink Floyd – On The Run
3. The Flaming Lips – Time
4. Burial – Loner
5. Pink Floyd – The Happiest Days Of Our Lives
6. The Flaming Lips – On The Run
7. Pink Floyd – Another Brick In The Wall Pt.2
8. The Flaming Lips (with. Tame Impala) – Children Of The Moon
9. Black Angels – Bad Vibrations
10. Tame Impala – Jeremy’s Storm
11. The Post Romantic Empire – Love Will Tear Us Apart
12. The Brian Jonestown Massacre – Anenome
12. The Flaming Lips – Eclipse
13. Pink Floyd – Mother

Questo il link per ascoltare il missaggio:

https://soundcloud.com/massimo-saimas-caifo/psychosis-2-0

Cinque Incompetenti

13 gennaio 2014

L’incompetente torna ad occupare questo spazio virtuale regalandoci ben cinque recensioni cinematografiche di pellicole uscite nel 2012… AMOUR, IMMORTALS, STORAGE 24, PROMISED LAND e HITCHCOOK… Enjoy!

 

Poster Amour

AMOUR (2012)

di Michael Haneke con Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert

Tante volte i film vengono annunciati da frasi tonanti tipo “film dell’anno”, oppure da epitteti clamorosi come “capolavoro”. Spesso però la realtà deve fare i conti con opere ben più modeste e prive di quel qualcosa in più che i veri “capolavori” portano con se.
Questo Amour si presenta come un film essenziale. Girato per lo più in tre o quattro interni (che poi sono le stanze dell’unico appartamento che fa da set a questo lavoro), mette in scena la storia di una coppia di anziani nella quale la moglie a seguito di un problema, inizia una fase degenerativa che la condurrà verso l’inevitabile (non ci sono spoiler, si vede già alla prima scena).
Haneke priva tutto il suo film di vezzi estetici (fatta salva una scena quasi horror, inserita in un contesto particolare), e lascia parlare i due straordinari protagonisti, vivi e reali come raramente capita di assistere.
La sua regia è asciutta e rischiarata solo da luci naturali, senza filtri o esaltazioni estetiche. Del resto la storia che ci narra è cruda e bastarda, perchè talmente vicina alla realtà da sembrare quasi di poterla toccare.
La telecamera non si fa sfuggire nulla, mettendo in mostra la senilità con spietatezza, togliendo ogni speranza e ogni via di fuga. Ogni minimo miglioramento e frustrato da un crollo successivo che porta la situazione sempre più verso un finale inesorabile.
E attorno a un marito devoto che vede la donna della sua vita spegnersi un interruttore alla volta (che brava Riva), compaiono personaggi e momenti che quasi sono il rifiuto di questa situazione. La figlia Huppert, incapace di accettare ciò che sta accadendo e piena di problemi quotidiani da risolvere, o il giovane pianista che il regista decide di mostrarci in attesa, facendoci percepire tutto il suo disagio quando il dramma gli diverrà palese.
L’unica cosa che un pò mi ha fatto storgere il naso è l’aspetto intellettualoide dei personaggi, che paiono spesso fuori portata, almeno nelle conversazioni iniziali. Ma in realtà potrebbe essere un semplice modo di dire che di fronte a certe cose siamo tutti uguali.
E’ un film che parla di musicisti, ma dove la musica praticamente è assente. Perchè l’interesse di Haneke è proprio quello di mostrare tutta la violenza della vita nei suoi ultimi anni, tutto il mondo di solitudine che circonda i malati, destinati a non essere compresi nemmeno da chi li dovrebbe curare.
Solo nel finale il regista si concede un filo di poesia, appena accennata e da cogliere solo se ne si sente il bisogno, perchè in qualsiasi altro momento non c’è pietà. L’unica fortuna è di avere qualcuno capace di rinunciare alla propria vita per dedicarla a quella del malato, perchè senza di esso si sentirebbe perso.

Quindi, per stavolta, frasi tonanti e epiteti clamorosi sono giustificati. Il film è da vedere, ma va affrontato nel modo e nel momento giusto. Perchè non intrattiene, anzi in alcuni momenti i suoi tempi dilatati possono persino respingere. Però ha da offrire molto e una possibilità bisogna dargliela.

‘sera

 

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IMMORTALS (2011)

di Tarsem Singh con Henry Cavill, Mickey Rourke, Stephen Dorff, Freida Pinto, Luke Evans, John Hurt, Isabel Lucas

Come i precedenti 300 (di cui ritroviamo i produttori) e Legion, questo Immortals si inserisce in quel filone che cerca di modernizzare i miti greco-romani trasformandoli in fumettoni. E forse, più che nei casi precedenti, questo film mostra il fianco a tutta l’ambiguità che una scelta del genere si porta dietro.
Doverosa premessa: questo lavoro è stato pensato per essere visto in 3D nelle sale: quindi è probabilmente difficile coglierne l’essenza dopo una visone in DVD, anche se si dispone di un buon apparato video. La questione risalta in particolar modo nelle scene in penombra, talmente scure da rendere ostica la lettura dell’espressività nei volti degli attori. Ma, probabilmente, ne risulta inficiata anche la visione degli autori che, in fase di post-produzione, hanno creato delle scenografie spettacolari, aiutati da una fotografia molto marcata che esalta l’aspetto fumettistico dell’opera. Il risultato è stata una visione piuttosto distante di questo lavoro, che di certo non mi ha aiutato ad apprezzarlo.
Ciò nonostante, non ho potuto fare a meno di gradire alcune scelte estetiche, come la straordinaria terrazza sul monte Olympo oppure la meravigliosa dea Athena (al secolo Isabel Lucas) della quale sono da oggi devoto fedele.
Ma andando alla sostanza, non si può non notare come questo film offra veramente poco. Al di la della povertà della sceneggiatura, i cui dialoghi sono talmente banali da poter essere anticipati nella mente prima ancora di ascoltarli sullo schermo, è proprio la trama in se a non offrire alcuno spunto.
Il mito di Teseo è stato impoverito di tutta l’epica che dovrebbe contraddistinguerlo, trasformando il tutto in una storiella di vendetta piena di combattimenti al rallentatore ed effetti speciali.
Ma a dare la mazzata a tutto questo pasticcione è l’ingresso finale degli dei per affrontare il combattimento con i titani. Entrata in scena e posa pre rissa sono degni della Justice League, più che di divinità onnipotenti e immortali. Solo questa sequenza basterebbe per capire il livello di Immortals.
A fare da contorno a tutto questo scempio ci sono attori che di greco antico non hanno nemmeno la punta dei capelli (ma non si tocchi Athena che divento cattivo). Se sentire parlare in un fluente inglese i villani dell’antica Grecia può stonare, ma comunque ci si può anche soprassedere, vedere la compagnia delle Indie in sandali non trova giustificazione.
Uomini scolpiti nella roccia, con espressioni così decise da sembrar truccati e donne di una bellezza quasi esasperante e con movenze sensuali, non immergono proprio lo spettatore in quella che dovrebbe essere la cultura Ellenica. Anche se, a onor del vero, non penso che per il regista questo fosse l’obbiettivo.
Certo, c’è Mickey. Lui la faccia di carta vetrata ce l’ha e anche lo spessore per fornire un’interpretazione che dia un’impronta alla pellicola. Peccato che il suo personaggio non esca dallo schema classico in cui siamo abituati a vedere il cattivo in chiave moderna. Più che un re folle, pare un capo clan assetato di sangue.

Insomma, senza dilungarsi troppo (visto che il film non se lo merita), Immortals è un’opera molto appariscente ma di scarso contenuto, che non fatico a definire semplicemente brutta. Pensare che per una cosa del genere abbiano scomodato la mitologia greca, che ha insegnato la letteratura a tutti, è veramente triste.
Mi dispiace, ma io dico no.

Ciaps

 

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STORAGE 24 (2012)

di Johannes Roberts con Noel Clarke, Colin O’Donoghue, Antonia Campbell-Hughes, Laura Haddock

Uno strano incidente aereo nel centro di Londra provoca strane conseguenze. A subirle un gruppo di persone intrappolate dentro un deposito dal quale, a rigor di logica, le cose non possono uscire.
Questo è il succo di Storage 24, film che fa della suspence la sua missione principale. Lo schema narrativo è piuttosto semplice e collaudato: un gruppo di giovani protagonisti, con il nero, il bianco, le due patate e quello che muore subito, con i loro fastidi e il loro problemi da risolvere. Poi c’è il mostro che li segue, che non si sa mai dov’è e che non ha intenzioni pacifiche.
Come nei classici slasher movie, ai quali un pò si ispira, utilizza il sistema dell’eliminazione dei personaggi uno alla volta, costruendo gran parte della sua essenza nelle attese ingigantite dai rumori lontani, urla disumane e via di questo passo.
Volendo, però, dare anche un certo peso all’azione e avendo a disposizione uno spazio poco sfruttabile in termini di movimento, la trama spesso finisce per arrotolarsi su se stessa, proponendo più volte situazioni simili (stanza buia e chi entra chiede: “c’è nessuno?”). Spesso gli stessi personaggi finiscono per riporporre in loop azioni che sono riuscite corrette la prima volta: come quei simpaticoni che quando riescono a far ridere con una battuta dopo mille milioni di tentativi, la ripetono all’infinito, non rendendosi conto che, una volta raccontata, non funziona più.
La storia, in definitiva, è banalotta e già vista, anche se la trovata finale è davvero riuscita. A dire il vero anche la tensione non è che emerga potente dalla visione, tranne che in rarissime occasioni. Ma una volta che si scopre il gioco degli autori, il trucchetto non funziona più e si finisce per aspettare i momenti splatter, che però latitano.
Trattasi comunque di film a bassissimo costo (spero per loro almeno), il cui aspetto ricorda quello di un cortometraggio girato con una buona fotocamera e allungato all’inverosimile.
Nonostante gli evidenti tentativi di dare senso all’impatto visivo del tutto, infatti, questo lavoro deve fare i conti con una fotografia a tratti fetente, talmente sovra esposta da far scomparire le bianchissime facce delle protagoniste sullo sfondo, quasi come accadeva nei videogiochi del commodore 64 (ricordate? omino bianco su sfondo bianco? no? va beh).
A sorpresa, devo fare un plauso per la realizzazione del mostro. Scegliere di mostrare il cattivone può essere pericoloso, ma i ragazzi di Roberts, in quanto a effetti speciali, sanno il fatto loro e l’alieno (almeno penso che lo sia) è davvero ben curato e incute la giusta forma di rispetto e paura.

Non c’è molto altro da dire. Un film che sta in piedi grazie a una serie di trovate ultra collaudate e a un onesto comparto di effetti speciali. Resta un lavoro guardabile, ma tranquillamente evitabile.

Ciao.

 

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PROMISED LAND (2012)

di Gus Van Sant con Matt Damon, John Krasinski, Frances McDormand, Hal Holbrook, Rosemarie DeWitt

Ok c’è scritto Van Sant, ma bisogna dimenticarselo. Il buon  Gus, infatti, in questa occasione presta il suo mestiere a Damon e Krasinski, veri autori dell’opera, causa impegni del primo (almeno ufficialmente) che non ha potuto curare a dovere tutti gli aspetti.
Va detto che costruire un secondo sedile su una Red Bull e farsi portare da Vettel a fare la spesa appare quanto meno uno spreco. Infatti l’aspetto visivo è condizionato da una trama semplice a cui la scenggiatura non ha offerto molte possibilità di lavoro.
Ne risulta un film visivamente piatto, con poche inquadrature degne di un grande della regia e praticamente nessuna impennata che lasci ammirati.
L’intento di Damon e del suo amichetto era quelo di fare un film con una forte tematica sociale, in cui lo scontro tra il tiranno multinazionale e il cavaliere dell’ecologia si tramutasse idealmente nel confronto tra i due rappresentatnti delle medesime categorie.
Però lo stile con cui hanno deciso di girare questo film indipendente (co-prodotto dallo stesso Matt, che evidentemente credeva tantissimo a questo progetto), rimane prettamente hollywoodiano, anche se non come si potrebbe pensare. Le suggestioni della collina con la scritta, infatti, non si ritrovano nel tentativo di spettacolarizzare tutto a ogni costo, quanto nella scarsa profondità dei caratteri in gioco.
Il protagonista appare come un bravo ragazzo che fa il lavoro sbagliato, mentre come suo oppositore troviamo un altro bravo ragazzo, magari solo appena un pò arrogante, ma che comunque combatte per la giusta causa.
Chiaro che, a causa di questa mancanza di coraggio nel determinare le caratteristiche, la chiave di volta della storia riesce si a soprendere, ma per assai poco tempo. E , cosa ancor meno piacevole, il finale risulta sovraccarico di sentimenti di cui non si sente il bisogno ed eccessivamente buonista per le conseguenze che le scelte potrebbero portare.
Il tentativo della coppia Damon-Krasinski alla sceneggiatura pare chiaro, ma ciò che dovrebbe essere rappresentato come un duro scontro, si riduce alla faciloneria in stile favola, in cui i cattivi (diciamo così) non entrano mai davvero in scena e in cui tutti vivranno felici e contenti.
Si sarebbe potuto dare più spinta a questo lavoro con un protagonista più deciso (ma sia mai che Damon decida di fare lo stronzo), oppure portando più vicino al centro della storia il personaggio di Holbrook (che avrebbe dato qualcosa in più).

Un film dalle buone intenzioni che però risulta piatto e, forse, persino banale.

Salus

 

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HITCHCOCK (2012)

di Sacha Gervasi con Anthony Hopkins, Helen Mirren, Scarlett Johansson, Jessica Biel, James D’Arcy

 

Come si costruisce un capolavoro? Io proprio non ne ho idea, ma questo film, tra il reale e il romanzato, prova a spiegarcelo. La storia infatti è quella della lavorazione di Psycho, autentico pilastro del cinema mondiale.
Gervasi, pur essendo consapevole di non avere nemmeno un minimo del talento del maestro, propone un inizio tipicamente Hitchcockiano e, nella fattispece, una sequenza che ricorda un sacco quella serie televisiva che il corpulento regista girò tanti anni fa. Al di la di questo omaggio (doveroso direi) il resto del film procede con scelte piuttosto quadrate, preferendo pochi movimenti di macchina e lasciando il campo aperto allo stellare cast.
Giusto negli incontri mentali che AH ha con Rick, l’assassino che ha dato l’idea per la storia di Psycho, la fotografia cambia il tono, conferendo alla pellicola un aspetto molto più cupo e riuscendo a rappresentare il tormento del nostro protagonista per intero.
La trama si occupa, oltre che di tutto l’iter che ha portato verso la prima del capolavoro, di un momento delicato nella vita del ben piazzato maestro, ovvero le difficoltà nel rapporto con la moglie, figura che è stata decisiva in tutti i suoi lavori.
Grazie ad un sapiente montaggio, si capisce come queste turbolenze vadano a segnare la realizzazione del film e a dargli il taglio che tutti gli conosciamo. La scena della doccia (si “quella” scena della doccia) è riproposta in maniera ovviamente diversa, ma riesce a essere inquietante come nell’originale, proprio perchè se ne conosce la genesi.
Per il resto si tratta di un interessante racconto dei vari passaggi tecnici e umani che sono stati affrontati per riuscire a dare vita al grande classico, dalla scelta di attori e sceneggiatori, alle battaglie con la censura, alla ricerca dei fondi.
Una bella storia che ha il difetto di cadere un pò troppo nel sentimentale nelle fasi finali arrivando ad essere in contrasto con il personaggio scostante portato in scena da Hopkins.
Hopkins stesso, forse, calca un pò troppo la fisicità della sua recitazione, ma visto che il personaggio intepretato aveva dalla sua un modo di fare piuttosto caratteristico, probabilmente è giusto così. Da segnalare la somiglianza davvero impressionante tra James D’Arcy e Anthony Perkins. Pareva di vedere di nuovo lui in scena.

Non c’e molto altro da dire sul film. Offre qualche spunto che per me è stato inedito e che permette di ragionare un pò sul rapporto tra i vari personaggi. Il che favorisce altre visioni, fattore che secondo me gli fa guadagnare qualche punto. Consigliato.

Mandi

Scoprire SoundCloud

8 gennaio 2014

dubby

Ebbene si, sono finalmente atterrato sulla piattaforma SoundCloud. Molti musicofili la conosceranno già ma solamente ieri per la prima ho avuto modo di soffermarmi sulle potenzialità del “sito”. Molto interessante ascoltare le creazioni di utenti che ci regalano una serie di playlist di ogni genere, senza dimenticare un sacco di creazioni personali che nulla hanno da invidiare se confrontati con “pezzoni” ben più blasonati.

Tagliando corto, ho sfruttato questo “sito” per inserire due veloci missaggi, senza effetti ma semplicemente “giocando” di volumi. Una prova, magari in attesa di opere più impegnative ed elaborate.

La prima dura 14:53 e attinge a piene mani dal “Dubstep”: Burial, Awolnation e These New Puritans sono le band protagoniste di questo quarto d’ora musicale con una serie di canzoni che ha come filo conduttore una sinergia di “tranquillità” e “tensione”.

https://soundcloud.com/massimo-saimas-caifo/dubby-v1-0

Scaletta:

1.Burial – Kindred

2.These New Puritans – We Want War SBTRKT Remix

3.Burial – Rough Sleeper

4.Awolnation – Sail

5.Burial – Hiders

6.These New Puritans – We Want War

 

psychosis

La seconda traccia invece dura 19:20 e la parola d’ordine è “neo-psichedelia”: se si escludono delle “intromissioni ambientali” dei Doors (con Riders On The Storm e The End), il brano è composto da band attualissime e che dimostrano come questo genere non sia ancora arrivato al tramonto.

https://soundcloud.com/massimo-saimas-caifo/psychosis-1-0

Scaletta:

1. The Doors – Riders On The Storm INTRO

2. The Flaming Lips – Yeah Yeah Yeah Song

3. The Doors – Riders On The Storum OUTRO

4. Tame Impala – Elephant

5. The Horrors – Endless Blue

6. Wooden Shjips – Down By The Sea

7. The Black Angels – The First Vietnamese War

8. The Flaming Lips – Time

9. Animal Collective – My Girls

10. The Doors – The End OUTRO

Particolarità di entrambi i pezzi è che possono essere ripetuti in loop visto che i primi e gli ultimi secondi sono stati “fatti” apposta per creare una sorta di continuità.

Buon ascolto!

Fort Apocalypse

7 gennaio 2014

FORT APOCALYPSE

1982

Un gioco storico, innovativo per l’epoca: Fort Apocalypse. La storia di un elicottero che deve salvare degli umani e stare attento a decine di trappole, sottoforma di carri armati, raggi laser e quant’altro.

Per leggere la recensione completa vai a questo link:

http://c64reviews.blogspot.it/2014/01/fort-apocalypse.html

Top50 2009-2013 pt.2

26 dicembre 2013

I 50 Migliori Album degli ultimi 5 anni (parte 2)

1° – 25° posto:

25° posto: Ariel Pink’s Haunted Graffiti – Mature Themes

Dopo “Before Today”, gli Ariel Pink’s Haunted Graffiti bissano il successo del precedente album con “Mature Themes”, un disco che non si discosta assolutamente dalla produzione “vintage lo-fi” del folle artista ma ci dona un “pizzico” maggiore di qualità e “comprensione”… in poche parole meno confusione fine a sè stessa, più melodia… nonostante l’assenza di un potenziale super-singolo alla “Round and Round”.

24° posto: Awolnation – Megalithic Symphony

Sail. Un capolavoro. Una delle cinque canzoni più belle degli ultimissimi anni. Un ritmo Dub-Step con influenze mai sopite di “rock”… ma “Megalithic Symphony” non è solo questo: Sail è di certo una spanna sopra al resto del disco, però è ingeneroso fermarsi a quel pezzone… l’One Man Band Aaron Bruno spazia dall’elettronica, alla dance, al rock, al punk arrivando perfino al rap dell’ultima, lunghissima, traccia del disco… magari una diversificazione esagerata dei vari pezzi… ma almeno ad ascoltare questo disco non ci si annoia…  Burn It Down, Kill Your Heroes e Not Your Fault aggiungono valore a “Megalithic Symphony” al netto dell’immortale “Sail”.

23° posto: The Warlocks – Mirror Explodes

Shoe-Gaze: i Warlocks non arrivano ai livelli qualitativi degli A Place To Bury Strangers ma azzeccano il “discone” con questo “Mirror Explodes”. A differenza dei c0lleghi di New York, i Warlocks puntano ancor maggiormente sull’eccessiva effettizzazione delle chitarre lasciando poco spazio ad accellerazioni improvvise… un album “lento”, riflessivo nonostante l’enorme mole di “a-musicalità” presente.

22° posto: P.J. Harvey – Let England Shake

P.J. Harvey torna e fà centro, con uno dei migliori album della sua carriera: un Concept dedicato alla sua Inghilterra che vede Polly Jean tornare ai suoi massimi livelli… un disco che spinge l’accelleratore sul folk senza dimenticare comunque tutte le numerose contaminazioni della cantautrice… ma se Let England Shake è da etichettare ad ogni costo, allora il genere è proprio “Folk Music”.

21° posto: We Were Promised Jetpacks – In The Pit Of The Stomach

Uno degli unici due gruppi di questa Top50 che non fà uso di tastiere: post-punk senza sè e senza ma che però non disdegna di rallentare per diventare più “riflessivo”, con lunghe intro per far spazio ad uno strumento alla volta prima dell’esplosione finale… dimentichiamoci i pezzi dei 70s composti da quattro accordi in maggiore e voce urlata senza compromessi… il Punk del 2013 è quello dei We Were Promised Jetpacks e dei Cloud Nothings (che troveremo più avanti), un Punk che sente ogni tanto il bisogno di tirare il fiato e guardarsi attorno a vedere quel che succede nel resto della Terra.

20° posto: The Flaming Lips – Embryonic

Uscito nel 2009, “Embryonic” non raggiunge i livelli qualitativi dell’immenso “Yoshimi Battles The Pink Robots”, uno dei capolavori del Nuovo Millennio. Embryonic si attesta comunque a livelli altissimi, con la band di Wayne Coyne che spinge al massimo sul fronte psichedelia… la differenza con “Yoshimi” è più preferenziale che di qualità comunque, con l’LP uscito nel 2003 più “classico e chitarristico” mentre questo fà un uso abbondante di tastiere ed “effetti futuristici”. La sperimentale “Convenced Of The Hex”, la sognante “See The Leaves” e la lisergica “Silver Trembling Hands” gli apici di un album da ascoltare tutt’un fiato.

19° posto: A Place to bury Strangers – Worship

Gli A Place To Bury Strangers: due album nella Top20, entrambi usciti nell’anno di grazia 2012. Shoe-Gaze puro senza altre contaminazioni, al tempo li avevo definiti “una band capace di creare melodia nel pieno del traffico di New York”. Nonostante preferisca l’EP uscito pochi mesi prima, “Worship” è veramente tanta roba, magari un pò ostico per l’ascoltatore medio visto che dal primo all’ultimo secondo non si esce dal muro super-effettato di una chitarra distortissima. Ma la grandezza degli APTBS è nel saper creare delle melodie intense oltre quel “rumore”, complice delle linee di basso altamente efficaci.

18° posto: Florence + The Machine – Lungs

Florence contende a P.J. Harvey e Anna Calvi la palma di “voce femminile” degli ultimi anni. Ad onor del vero qua stiamo parlando di una band anche se le luci sono praticamente tutte puntate sulla front-woman dei Florence + The Machine. Lungs è un disco di un’intensità unica, l’unione di atmosfere indie-folk con quelle ritmiche barocche che hanno portato la band ad una notorietà mondiale, uscendo dal “micro-verso” Indie e raggiungendo ogni casa, grazie soprattutto a quelle melodie più commerciabili rispetto al debutto di Anna Calvi o a Let England Shake di Polly Jean. Un disco ricercato, costruito nei minimi dettagli per il successo ma che non perde, per questo, in qualità.

17° posto: The Black Angels – Phosphene Dream

I Black Angels hanno iniziato a farsi un nome nel Mainstream grazie a “Telephone”, veloce canzoncina in stile “Beach Boys” presente in una pubblicità di una casa automobilistica. La band Texana aveva però iniziato a farsi conoscere anni prima grazie alle sue sonorità neo-psichedeliche che ricordavano tanto i Doors in salsa ancor più acida… con Phosphene Dream i Black Angels hanno comunque calato l’asso dalla manica, non solo per “Telephone” ma anche e soprattutto per altri pezzi, meno immediati ma proprio per questo ancor oggi ascoltati e venerati. Sembrava l’apice del successo per loro… ma poi arrivò il 2013 e… vedremo!

16° posto: The Field – Looping State Of Mind

Elettronica. Semplice semplice… dopo tanto schitarrare e canti più o meno complessi, viriamo completamente rotta con The Field: già il titolo dell’album dovrebbe farci capire cosa stiamo ascoltando… LOOPING state of mind. Un ossessivo ed interminabile loop elettronico dove centrali sono le tastiere e null’altro. Voce zero. Strumenti elettrici zero. Solo tastiere, giri di basso “pesanti” e una tastiera elettronica a tenere semplicemente il ritmo dei pezzi. Per chi è di vedute poco larghe e non simpatizza per il genere consiglio vivamente di saltarli, ma chi anche solo apprezza ogni tanto qualcosa di differente dalla solita formazione chitarra-basso-batteria, beh… The Field sono la band giusta.

15° posto: Mumford & Sons – Sigh No More

E qua invece si torna sul classico: come per i Black Angels, anche i Mumford & Sons sono stati baciati dalla Dea Pubblicità: il nome della canzone, The Cave, magari non dirà nulla ma appena sentirete le primissime note capirete di cosa stò parlando. Folk è la parola d’ordine, più di Florence + The Machine. Mumford & Sons se avete voglia di chiudere gli occhi e sognare verdi prati e panoramici bucolici. Mumford & Sons se ogni tanto volete staccare dal quotidiano rumore che infastidisce l’umore. Mumford & Sons.

14° posto: The Horrors – Primary Colours

Li abbiamo trovati qualche posizione indietro con “Skying” ma il capolavoro de The Horrors è questo “Primary Colours”: qua la psichedelia unita allo shoe-gaze è all’apice della rappresentazione e con questo disco la band inglese si è affermata come il miglior gruppo a fondere questi due generi… “Primary Colours” bissa il successo del loro debutto ma gli Horrors riescono ad andare oltre, enfatizzando ancor più le pause ritmiche e le suggestioni psichedeliche che tanto fanno ricordare i Pink Floyd di “Live At Pompeii”.

13° posto: The XX – The XX

Un’altra band che abbiamo già trovato nelle posizioni precedenti: il debutto omonimo degli XX è paragonabile al già recensito Coexist e la differenza di posizione in questa Top50 è solo questione di gusti… i due album non si differenziano molto l’uno dall’altro, la struttura delle canzoni è la stessa e non ci sono novità sostanziali tra questo debutto e il disco successivo… The XX lo trovo personalmente più “tranquillo” e “riflessivo”, ma forse la mia preferenza è data dall’averlo ascoltato per primo. Il binomio vocale funziona alla perfezione, oggi come ieri.

12° posto: Tame Impala – Lonerism

Non c’è due senza tre: anche i Tame Impala fanno doppietta con questo Lonerism che conferma il successo del precedente Innerspeaker… la formula è sempre la stessa: psichedelia senza sè e senza ma, una band che poteva tranquillamente nascere alla fine degli anni ’60s e dare il filo da torcere a Beatles, primi Pink Floyd e ultimi Beatles… gli Australiani con questo disco hanno dimostrato di voler fare sul serio e uscire dal recinto “indie”.

11° posto: Okkervil River – I Am Very Far

Eccoci tornati nuovamente al folk: personalmente considero gli Okkervil River la miglior band nel suo genere, l’unica che a volte riesce a ricordare il miglior Steve Earle, forse il più grande musicista alt-country degli ultimi vent’anni. Per parlare degli Okkervil River si possono prendere in prestito le stesse parole usate per Mumford & Sons, amplificate all’ennesima potenza… un folk ancora più accentuato e che non lascia spazio ad alcuna contaminazione di sorta… ascoltare per credere!

10° posto: Cloud Nothings – Attack On Memory

Siamo finalmente nella Top10. Premetto che è stato molto difficile arrivare a questo punto, a seconda della giornata ogni disco di questa seconda parte della Top50 merita di stare ai piani alti della classifica: durante la preparazione della stessa, è capitato addirittura di aver modificato al volo certe posizioni. Ma i Cloud Nothings la Top10 la meritano eccome: uno dei migliori album del 2012, la band americana ha riportato in auge il post-punk con quest’album perfetto, se non nella sua interezza, almeno in un lato A da ascoltare e riascoltare. Come per i We Were Promised Jetpacks, dobbiamo dimenticare i quattro accordi in maggiore e la voce urlata… no… nei Cloud Nothings la voce urlata c’è ma il resto è targato “tempi moderni” e, come per i colleghi, le canzoni variano moltissimo, dai classici quattro minuti veloci a quelle che partono più lentamente fino ad esplodere alla loro naturale caoticità. Il cosiddetto Lato A è epico, da ascoltare tutt’un fiato senza pensarci troppo… e  se le canzoni finali sono meno incisive, beh… non è un problema, ve lo assicuro, i Cloud Nothings hanno tempo per la classica ciliegina sulla torta!

9° posto: The Black Keys – El Camino

Chi non conosce “Lonely Boy”, il pezzo che ha sdoganato i Black Keys facendoli conoscere, grazie ad una rotazione radio-televisiva continua, al grande pubblico? non c’è persona che non abbia canticchiato almeno una volta il facile ritornello di quel pezzo, ma per fortuna dei Black Keys, El Camino non si ferma a quella canzone, posizionata al numero 1 della scaletta dell’LP. La band dell’Ohio (concittadini dei sunnominati Cloud Nothings) sforna un album di tutto rispetto, con una serie di pezzi da far invidia a band di puro “Rock” che suonavano negli anni ’70s… la formula è semplice, chitarra, basso, batteria, qualche accenno di tastiera, e voce. Il risultato è perfetto e garantisce pezzi che rimarrano nella storia quali Gold On Ceiling, Little Black Sunmarines e, appunto, Lonely Boy. Garantito.

8° posto: Arcade Fire – The Suburbs

Ultra-inflazionati in questi ultimi anni, gli Arcade Fire sono la band che più ha sdoganato l’Indie avvicinandolo, paradosso, al Mainstream. Dopo i primi due ottimi album, il gruppo canadese ci regala un altrettanto ottimo terzo disco, un doppio lp che permette agli Arcade Fire di spaziare in ogni genere… dalla furia chitarristica di City With No Children, all’attesa ossessiante di Ready To Start, all’epica “baroccale” di Roccoco, all’incalzante tastieristico di We Used To Wait, al dance ’80s di Sprawl II passando per sonorità mid-tempo e più riflessive come Half Light II… più di settanta minuti di esplorazione dello scibile Indie… un successo degli Arcade Fire e di tutto il “movimento”.

7° posto: Shearwater – Animal Joy

Delicati. Vorrei concludere così questa mini-recensione. Ma altri aggettivi non trovo per questo album immenso: dopo il buon “Golden Archipelago”, recensito nella prima parte, gli Shearwater trovano il disco della loro vita senza cambiare la formula della musica ma installando in questa l’ingrediente misterioso… la qualità! In fondo questa è la piccola differenza tra i due dischi… la bellezza delle canzoni in Animal Joy è quel che banalmente mancava: gli Shearwater sono sempre gli stessi, la voce vellutata del cantante, il tappetto ritmico sempre presente ma mai sovverchiante, una buona dose di delicatezza e il gioco sembrava fatto. Mancavano solo i grandi pezzi e nel 2012 finalmente sono arrivati pure loro.

6° posto: M83 – Hurry Up, We’re Dreaming

Hurry Up, We’re Dreaming “pareggia” la bellezza del disco precedente degli M83, Saturdays = Youth, uscito nel 2008 e quindi fuori tempo massimo per questa Top50. A differenza del loro disco precedente, questo ha nella scaletta uno dei migliori pezzi mai scritti in questi ultimi anni: quella Midnight City diventata famosa anche grazie ad un paio di pubblicità. Peccato che quegli spot troncavano in pieno il pezzo perchè la grandezza dello stesso è anche nel finale, con quel giro di Sax che ci riporta indietro di quasi una trentina di anni… ma dicevo… Hurry Up, We’Re Dreaming è forse meno lineare del precedente ma dalla sua ha degli “apici” migliori, come la già nominata Midnight City: elettronica, falsetti, una tinta non esagerata di Shoe-Gaze, un pò di reminescenze new-wave… si trova questo nel disco, e spesso anche in una sola canzone.

5° posto: The Black Angels – Indigo Meadow

… ed infine arrivò il 2013: alla posizione 17 avevamo già trovato i Black Angels, ma è con “Indigo Meadow” che la Band Texana raggiunge la Top10. I Black Angels si tolgono di dosso la psichedelia floydiana per attingere di più a band connazionali quali Doors e Beach Boys, arrivando con “The Day” a creare una canzone che ricorda e tributa in tutto e per tutto Jim Morrison e soci. Ma quella dei Black Angels non è musica copiata dai ’60s, ma una psichedelia che si adatta perfettamente ai tempi moderni e che li vede alfieri di questo “movimento” alla pari degli Australiani Tame Impala, una psichedelia che disco dopo disco si stà scrollando di dosso ogni paragone con il passato arrivando ad una interpretazione sempre più personale del genere. Un ulteriore passo, questo Indigo Meadow, verso l’album DEFINITIVO.

4° posto: A Place to bury Strangers – Onwards To The Wall

Uno dei gruppi che più amo. Una band che ho già trattato qualche posizione fà grazie a “Worship”, uscito pochi mesi dopo questo EP. Si, perchè in quarta posizione troviamo un EP di soli cinque pezzi, ma che pezzi: il gruppo di New York continua il suo percorso rumoristico aggiungendo a questo disco anche una bella sorpresa, seppur in un solo brano: una voce femminile che affianca momentaneamente il cantato ufficiale… e il risultato è sublime: chiudendo gli occhi sembra di essere circondati da centinaia di taxi gialli mentre una ragazza prova a farsi notare con discrezione. Cinque pezzi tutti legati l’uno con l’altro, quasi creati per un mini-concept album. Un disco da ascoltare dall’inizio alla fine, complice anche la breve durata dello stesso. Consigliato anche ai non-amanti dello Shoegaze.

3° posto:  Wilco – The Whole Love

Ho un ricordo curioso di The Whole Love: uscito a fine settembre del 2011, ho iniziato ad ascoltare attentamente questo disco solamente sul finire di quell’anno, tenendolo inevitabilmente fuori dalla Top10. Ma più lo ascoltavo, più il disco si elevava a grandezze assolute, e il concerto di Ottobre del 2012 ha fatto il resto: i Wilco dal vivo sono immensi e rendono di più che in studio. Ma questo mi ha permesso di riprendere nuovamente in mano The Whole Love e solo allora ho appreso completamente la potenzialità del disco, meno immediato del precedente “(The Album)”. Canzoni che sono destinate a perdurare nel tempo, una ballad di dodici minuti che speravi durasse ancora… un incedere incalzante senza fretta, con l’Indie-Folk in primo piano e regolarmente contaminato da sprazzi elettronici, chitarristici e quant’altro di sperimentale i Wilco sono capaci di comporre. Un disco assoluto, non per nulla da Top3 degli ultimi 5 anni.

2° posto: The Flaming Lips – The Terror

I Flaming Lips. Chi mi conosce sà quanto adori questo gruppo, forse in questi ultimi anni il mio gruppo preferito. Una band nata addirittura a metà degli anni ’80 ma che ha trovato il successo ben oltre la maturità, variando spesso e volentieri sonorità, inseguendo il desiderio di Wayne Coyne di sperimentare ogni volta qualcosa di nuovo. Con The Terror siamo alla neo-psichedelia più pura, una sorta di Ummagumma del nuovo millennio, l’elaborazione finale dei Flaming Lips iniziata con timidi tentativi in Yoshimi, trascinata in Embryonic e provata con il rifacimento di The Dark Side Of The Moon: The Terror è l’apoteosi di tutto questo, sperimentazione neo-psichedelica che probabilmente verrà ricordato come l’apice compositivo dei Flaming Lips. Ma mai dire mai, soprattutto quando si parla di Wayne Coyne e dei suoi mille progetti.

1° posto: Mark Lanegan Band – Blues Funeral

Mark Lanegan. Incredibile a scriversi: il “vecchietto”, reduce dalla stagione del Grunge con i Screaming Trees, mette la freccia e supera le centinaia di giovani band emergenti tirando fuori dal suo antiquato cilindro un album inimmaginabile, un disco di un’ora di pezzi stupendi e che permette a Lanegan di arrivare all’apice compositivo della sua carriera solista… The Gravedigger’s Song incalza come un tempo mentre la voce ruvida del cantante segue un giro di basso martellante ed ipnotico, Ode To Sad Disco è un tributo di “Sad Disco” di Keli Hlodversson e la più grande sorpresa di Lanegan: la base ritmica attinge a piene mani al famoso pezzo dance degli anni ’80 con il cantante perfettamente a suo agio in un  brano che esce completamente dalle sue onde. St. Louis Elegy, Phantasmagoria Blues… Mark Lanegan rallenta, accelera, incalza, fà riflettere. Tutto condensato in sessanta indimenticabili minuti.

Top50 2009-2013 pt.1

24 dicembre 2013

I 50 Migliori Album degli ultimi 5 anni

 

26°-50° posto

 

Bando alle ciance. Un’idea che doveva essere limitata a venti soli dischi ma che, a lista ultimata, non sono riuscito a scremare perchè tanti album meritevoli di ascolto sarebbero rimasti fuori. Ecco quindi una più esaustiva Top50… cinquanta album da ascoltare, riascoltare e possedere.

 

50° Posto: LCD Soundsystem – This Is Happening

Non il loro miglior disco ma l’ultima testimonianza di una band che si sarebbe sciolta l’anno successivo. This Is Happening è del 2010 e non si discosta dall’Electro-Indie dei lavori precedenti, in primis il capolavoro omonimo del 2005.

49° posto: Evans The Death – Evans The Death

Chitarra, batteria e soprattutto un basso “pesante”… Rock’n’Roll in salsa indie supportato da una voce femminile che contrasta perfettamente le linee ritmiche di queste canzoni per lo più veloci e “divertenti”.

 

48° posto: Sufjan Stevens – The Age Of Adz

Premessa: Sufjan Stevens l’ho ascoltato poco. Ho regolarmente riviato l’ascolto attento della sua discografia a favore di dischi più recenti, e decisamente meno di qualità. The Age Of Adz forse meriterebbe la Top10 ma solamente in questi giorni stò approfondendo i lavori del musicista americano. In The Age Of Adz il vero punto di forza è l’unione del folk con sperimentalismi al limite del minimal-elettronico… un pò come sentire i Beirut alle prese con una sessione assieme a Brian Eno.

47° posto: EMA – Past Life Martyred Saints

Ascoltare Erika M. Anderson ci fà ricordare quanto il Grunge ha dato al mondo della musica. Sono evidenti le influenze di EMA, soprattutto in questo “Past Life Martyred Saints”: strumentazione minima minima, senza esagerare in sovrapposizioni musicali e quant’altro ma quell’aria di “Noise” traspira sempre e comunque… un Noise più “cerebrale” che effettivo, che rimanda a quelle B-Sides dei Nirvana che sapevano tanto di sperimentazione.

46° posto: Titus Andronicus – The Monitor

I Titus Andronicus: un sanissimo e a sprazzi “retrò” Punk-Rock per una delle band più intelettualoidi dell’attuale panorama musicale. A partire già dal nome del gruppo per passare attraverso i titoli delle canzoni, e tralasciamo i testi delle stesse, i Titus Andronicus sono una realtà particolare e strana: a volte sembra di sentire i Dropkick Monkeys in preda a 48 ore di ininterrotta lettura di libri. Le musiche sono semplici, è puro Punk-Rock con poca voglia di stare dietro alla modernità… i Titus Andronicus potevano tranquillamente nascere negli ’80s e fare quest’album senza destare stupore. E non è un demerito, ogni tanto un’oretta di puro Punk-Rock non può che far bene. Poi se uno conosce pure bene l’inglese, beh… allora ascoltatevi attentamente il disco. Non vi deluderà.

45° posto: These New Puritans – Hidden

L’album, e gli stessi These New Puritans, gira attorno ad una delle canzoni più belle di sempre, probabilmente nella Top3 degli ultimi anni. We Want  War è un capolavori, tempo bassissimo, sezione ritmica al cardio-palma, un testo essenziale ma chiaro, (anti)sperimentazione nella sperimentazione, un pezzo che si presta a remix su remix ma la versione originale è qualcosa di cupamente delizioso. Hidden, l’album, chiaramente non riesce a tenere il passo di We Want War ma al suo interno troviamo qualche altro pezzo da permettere di apprezzare in toto il disco… Hologram e Attack Music ad esempio.

44° posto: Animal Collective – Merryweather Post Pavilion

A differenza di Hidden dei These New Puritans, Merryweather Post Pavilion degli Animal Collective non ha un pezzo “bomba” che “rischia” di essere ricordato nei prossimi decenni, ma è un LP più lineare e che spalma la qualità di un solo pezzo in un intero disco… le sonorità variano dall’elettronica all’utilizzo degli strumenti “canonici”, con una base di neo-psichedelia onnipresente. Un album da ascoltare dall’inizio alla fine perchè tanti sono i pezzi che meriterebbero di uscire come singoli… e per “spiegare” la varietà musicale degli Animal Collective sono costretto a mettere due pezzi… uno più elettronico, il secondo più… elettrico e “vivace”.

43° posto: Röyksopp – Junior

I Röyksopp. Un duo norvegese che ha sfornato una serie di “pezzoni” dagli albori di questo millennio. Junior forse non è nemmeno il loro più bel disco, forse non ha nemmeno le loro migliori canzoni, ma i Röyksopp meritano e devono stare in una Top50, soprattutto perchè “Junior” ci regala una ventata di freschezza, bpm alti e voglia magari di ballare… ogni tanto ci vuole visto che questa Top50 di certo non brilla per “ballabilità”. I pezzi migliori sono appunto quelli più “dance”, soprattutto laddove i Röyksopp non disdegnano l’utilizzo di effetti “Vintage” senza vergognarsi di apparire magari un pò troppo ’80s in taluni pezzi. Delle cantanti che collaborano al disco, quella che preferisco è Karin Dreijer Andersson, una delle voci più espressive ed evocative della musica.

42° posto: She Wants Revenge – Valleyheart

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Dopo un album abbastanza anonimo, che segue il buon debutto anonimo, i She Wants Revenge fanno uscire il loro terzo LP, un “contenitore” di possibili singoli da classifica. La formula è semplice: tastiere non invasive, chitarra, linea di basso semplice ma efficace e una batteria a scandire pesantamente il ritmo. Canzoni orecchiabili e commerciabili, alla lunga magari può stancare, vista la troppa immediatezza dei pezzi, però l’album “tira”.

41° posto: Real Estate – Real Estate

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Ho scoperto i Real Estate solamente due anni fà, in occasione del loro ultimo album “Days”. Ho quindi ascoltato il loro debutto, questo “Real Estate”. Lo ascoltavo, lo ascoltavo. Continuavo ad ascoltarlo, mi piaceva ma non riuscivo a capire perchè mi attraeva così tanto. Ero in pieno periodo “shoe-gaze” e fù proprio quel sotto-genere che mi fece accendere la lampadina: i Real Estate sono un gruppo shoe-gaze che si è fatto rubare tutti gli effetti e le distorsioni! Questa “sottrazione” ha regalato ai Real Estate quel tocco di unicità, una band che intenzionalmente ha staccato il piede sull’acceleratore fornendoci delle sonorità vicine alla neo-psichedelia ma “non troppo”, vicine al folk ma “non troppo”. Un “non troppo” che una volta tanto non fà per niente male.

40° posto: Shearwater – Golden Archipelago

Gli Shearwater. Golden Archipelago. Un album di “prova” in attesa della definitiva consacrazione che arriverà due anni dopo. Siamo nel 2010 e i Shearwater sono una band arrivata al suo decimo anno di attività con cinque album alle spalle e una carriera praticamente onesta: dischi da “ascolticchiare” ma da riporre in archivio dopo un pò di tempo. Poi un giorno arrivò “Golden Archipelago” e i Shearwater iniziano a fare sul serio: la band rimane sul sentiero tracciato ma finalmente, tra un brano e l’altro, compare qualche potenziale hit… gli ingredienti sono gli stessi: voce vellutata ma accattivante, un impianto musicale delicato ma capace pure di ringhiare, con questo LP è arrivato finalmente quell’ingrediente che ancora mancava… la qualità!

Dicevo… Golden Archipelago verrà comunque ricordato come un album di “prova”, un “preambolo” a quello che sarà uno dei capolavori degli ultimi anni… un album targato 2012 e che finirà dritto nella Top10 di questa classifica!

39° posto: Belong – Common Era

Lo Shoe-Gaze. Se dovessi scegliere un solo “genere” da ascoltare sarebbe una bella lotta tra lo Shoe-Gaze e la Neo-Psichedelia. Spesso oltrettutto questi due “sotto-generi” si ammalgano alla perfezione, The Horrors in primis. I Belong invece preferiscono addentrarsi nel pieno dello Shoe-Gaze e di tutti i suoi clichè: chitarre che sfornano rumorosissimi ed effettattissimi tappetti sonori, un basso “importante”, una voce che accompagna gli strumenti e non li sovrasta mai, nemmeno una sola volta.

Al tempo avevo scritto che ascoltare “Common Era” è un pò come sentire “Faith” dei Cure con le distorsioni all’ennesima potenza: a due anni di distanza non posso che confermare quanto avevo detto.

38° posto: Diiv – Oshin

Debut-Album per i DIIV e subito nella Top50 dei migliori dischi: gli ex-Dive suonano una delle più classiche commistioni dell’attuale panorama “indie”… sprazzi di Shoe-Gaze (non così effettati come i Belong) e di Dream-Pop, tanto da avvicinarsi ma non raggiungere sonorità neo-psichedeliche. Tastiere e chitarre sempre presenti, una voce che entra in campo solo quando è necessario e per brevi momenti, questi sono in sintesi i DIIV: la band poggia buona parte della sua presenza musicale su arpeggi di chitarra continuati ed ossessivi mentre le tastiere scorrazzano a disegnare questi “effetti sognanti” permettendo alla voce di farci visita, mai ingombrante.

Ero indeciso se inserire loro o i Beach House in questa Top50: anche questi ultimi con “Bloom” hanno fatto un disco di notevole interesse e possono essere paragonati ai DIIV se a questi vengono a mancare le sonorità “Shoe-Gaze”… i Beach House sono il Dream-Pop che manca ai DIIV.

Uno dei gruppi più “sognanti” di questa Top50, senza però mai eccedere in “lentezza”.

37° posto: The Brian Jonestown Massacre – Aufheben

Uno dei miei gruppi preferiti: dopo aver tentato strade nuove e più moderne con “Who Killed Sgt. Pepper?” del 2012, i Brian Jonestown Massacre tornano sui loro passi abbandonando le esagerazioni tastieristiche del precedente disco consegnandoci “Aufheben”, il vero successore di “Tepid Peppermint Wonderland”. Gli ispiratori dei Dandy Warhols ripartono quindi da zero riavvicinandosi all “Alt. Folk” che li ha fatti conoscere al mondo tanti anni fà, quando Anton Newcombe suonava alla pari dei già citati Dandy Warhols prima di cadere nel baratro delle dipendenze. Con Aufheben si rinasce: non un capolavoro ma un disco che si spera possa essere una ripartenza, per lui e per tutti quelli che hanno sempre creduto nei Brian Jonestown Massacre.

36° posto: Ariel Pink’s Haunted Graffiti – Before Today

Retroliscious: così il famoso critico musicale definisce il suo gruppo preferito, ovvero il folle Ariel Pink e i suoi Haunted Graffiti. Before Today, come tutta la produzione lo-fi dell’artista, è semplice da descrivere: Ariel Pink un giorno si prese una botta in testa e si dimenticò del “presente” iniziando a suonare in lo-fi come se fossimo rimasti ai ’70s. Before Today è un calderone di quello che una volta eravamo ma che ora non siamo più: Beach Boys, Beatles, i Pink Floyd di Syd Barrett, ma non solo… la “semi-ballad” Round and Round è uno dei pezzi più significativi di questi ultimi anni.

Non mi dilungo oltre perchè Ariel Pink lo troveremo pure più avanti, con Mature Themes… però se avete voglia di ascoltare un pò di “vintage” suonato oggi, questo è il gruppo giusto.

35° posto: The Horrors – Skying

Un altro gruppo presente due volte in questa classifica: gli Horrors sono la band più rappresentativa del panorama Shoe-Gaze Neo-Psichedelico e con questo Skying hanno dimostrato di non aver intenzione di abbandonare il trono… non siamo ai livelli del capolavoro “Primary Colours” ma questo loro ultimo lp si difende benissimo: lunghi e dilatati tappetti sonori, cavalcate musicali che partono piano piano per poi esplodere in prossimità con l’arrivo della voce… quando lo Shoe-Gaze incontra la Neo-Psichedelia, gli Horrors alzano la mano e dicono “presenti!”

34° posto: The National – High Violet

La band dei fratelli Dessner non riesce a bissare il successo di The Boxer (uscito nel 2007 quindi fuori “tempo massimo”) ma High Violet non è assolutamente un disco da buttare, anzi: i National non cambiano registro e regalano al pubblico un disco dall’impatto sonoro identico al precedente lavoro ma quel che manca ad High Violet è IL pezzo… quel “Fake Empire” che ha segnato giovani musicisti rilasciando più cover di quel brano… se conoscete i National sapete cosa troverete nei loro album, se non li conoscete… beh, basti sapere che una voce baritonale accompagna un tappetto sonoro calmo e con bpm volutamente bassi, un accompagnamento sonoro in una base ritmica comunque “pressante”.

33° posto: Beirut – The Rip Tide

Dopo quattro anni di silenzio il geniale Zach Condon torna con il marchio “Beirut” a farci ascoltare le sue sonorità folk mischiate con elementi balkan, elettronici e world music. Ma è l’impianto “folk” quello che regge dall’inizio alla fine The Rip Tide e ogni precedente lavoro dei Beirut: come nei National, anche qua non si raggiunge la qualità dei primi lavori di Condon ma The Rip Tide merita comunque la Top50, nonostante quest’album rischi di passare inosservato agli occhi dei più, causa mancanza di una “Hit” pesante.

32° posto: Delphic – Acolyte

Da Manchester, i Delphic incarnano la nuova frontiera dell’Elettronica: un gruppo rivelazione che è riuscito a portare “Doubt” al confine del Mainstream. I loro pezzi migliori sono però quelli strumentali, quando non badano ai limiti del tempo “commerciale” e si spingono ad arrivare agli otto minuti, in un crescendo e diminuendo incessante di elettronica pura che però può piacere anche al “fan dell’elettrico”.

31°posto: Depeche Mode – Delta Machine

Oh eccoci qua. Gli unici “dinosauri” presenti in questa Top50, e grazie a questa “apparizione” perdo qualche minuto per spiegare il mio apparente ostracismo verso tutti quei gruppi che hanno ormai “già dato”. Credo nel rinnovamento in ogni campo, da quello culturale a quello storico-politico, per passare a quello del lavoro. E inevitabilmente credo nel rinnovamento anche da un punto di vista musicale: non ho sinceramente interesse ad ascoltare più di una volta “cose già sentite” e se una band non è capace di adeguarsi al 2013 non troverà mai posto nei miei ascolti, al netto naturalmente delle solite eccezioni. Per questo motivo mi piace scoprire gruppi nuovi, soffermarmi su genere all’inizio lontani dai miei perchè sarò sempre convinto che la buona musica la si possa trovare dappertutto; poi è chiaro, le mie giornate durano purtroppo solamente ventiquattro ore e non ho tempo per esplorare ogni realtà musicale, accantonando quindi generi che per me hanno già fatto il loro tempo. David Bowie quest’anno ha fatto uscire un buon album, ma è pur sempre “solo” un buon album e la curiosità maggior più che nella musica era nella condizione dello stesso Duca Bianco. I Daft Punk hanno proseguito il loro percorso di ricerca tornando indietro nell’era del Funky e il loro disco non verrà ricordato come un capolavoro. I Black Sabbath, i Deep Purple e i Motorhead hanno fatto quello che tutti si aspettavano dovessero fare: lo stesso identico disco che fanno da quarantanni.

Ebbene, in tutta questa linearità preferisco concedere l’onore della Top50 ai Depeche Mode per pochi semplici motivi: per la prima volta da quando il gruppo è nato, Dave Gahan ha CANTATO, si è trasformato in cantante e non più in mero esecutore di canzoni, modulando la sua voce come mai aveva fatto in passato. E i pezzi ne hanno risentito in positivo, arrivando a proporre un disco che cancella le recenti (semi)delusioni della band.

30° posto: Metric – Fantasies

Quando hai una bella voce canadese, un chitarrista che passa senza difficoltà da un effetto all’altro, un tastierista che accompagna entrambi alla ricerca de “LA” canzone, il gioco è quasi fatto: Fantasies fortunatamente non si ferma al capolavoro “Help Me I’m Alive” ma riesce a sfornare altri pezzi di assoluto prestigio, dal “quasi” punk-rock di “Sick Muse” a melodie più prettamente tastieristiche quali “Gimme Sympathy”. Probabilmente della Top50 la band che più si affida alle chitarre, gruppi shoe-gaze a parte.

29° posto: The XX – Coexist

Poche parole per gli XX: sdraiatevi sul letto, chiudete gli occhi e rilassatevi mentre Croft e Sim intrecciano le loro voci su un delicatissimo tappetto ritmico, con ritmi lenti utili a darci un attimo di respiro, magari dopo aver ascoltato proprio il più vivace “Fantasies”. Un album da ascoltare dall’inizio alla fine, quasi un delitto dover prendere un pezzo solo perchè ogni minuto è legato a quello precedente e a quello successivo, con una continuità disarmante ma perfetta per un meritato “riposo”.

 

28° posto: Anna Calvi – Anna Calvi

Una delle rivelazioni degli ultimi anni: la giovane chitarrista londinese Anna Calvi sforna uno dei più bei debutti degli ultimi anni. Una voce potente in un corpo esile, una chitarrista sperimentale da far invidia a colleghi con ben più esperienza, una capacità musicale elevata conscia delle sue potenzialità… e con il successivo One Breath, uscito due mesi fà, si è visto che il suo lp di debutto non è stato un fulmine a ciel sereno… alternative, indie, etichettatela come volete ma il risultato è una cantautrice che ne farà di strada e che già in “Anna Calvi” ha regalato alla Storia un paio di brani che diventeranno immortali. E siamo appena agli inizi…

27° posto: The Antlers- Hospice

Adoro gli Antlers. Li amo. Pure il loro ultimo lavoro, Burst Apart, che dai fan non è stato accolto tanto bene. Eppur quando ho voglia di chiudere gli occhi e rilassarmi mi affido a loro, a quelle atmosfere sognanti in procinto di spezzarsi da un momento all’altro mentre la voce urla senza dare fastidio, sofferente e delicata… è inutile… li adoro. li amo. Domani già mi pentirò di aver messo “Hospice” così in basso in classifica.

26° posto: Tame Impala – Innerspeaker

Chiudiamo questa prima parte della Top50 con la band più puramente psichedelica del lotto: con i Tame Impala non si scherza, loro sono gli Ariel Pink della psichedelia… non c’è spazio per il termine “neo” davanti a quella parola… la band australiana è tornata indietro nel tempo e ci ha regalato un disco che poteva tranquillamente uscire tra la fine degli anni ’60 e gli inizi dei ’70s, e giusto giusto qualche tocco tastieristico moderno ci fà presupporre che siamo nel nuovo millennio… troveremo i Tame Impala anche nella parte alta di questa Top50 perchè Innerspeaker, pur bello, non è di certo il loro capolavoro… ma se qualcuno ha fame di psichedelia senza altri sub-generi di contorno può tranquillamente iniziare ad ascoltare questa band!

Inglobare è sempre un buon affare

13 dicembre 2013

Qualcuno ne è a conoscenza: dispersi nella rete virtuale ho altri blog oltre a questo, la maggior parte dei quali su piattaforma “Blogspot”. Uno di questi è tornato attivo e viene regolarmente aggiornato; stò parlando di “Nostalgia C64“, che tratta recensioni di giochi che al tempo giravano per il Commodore 64.

Venendo al punto, ho pensato di unire i miei due blog più attivi così da tenerne uno solo dando una maggior, e più regolare, frequenza di post. L’idea mi è venuta scorrendo gli ultimi articoli del “Lo-Fi Saimas’ Blog“: in crisi di “musica” non scrivevo dal 6 Giugno e, se non ci fosse stato l’Incompetente a coprire cinematograficamente i vuoti, questa mancanza di “stimoli musicali” mi costringeva a guardare lo schermo senza nemmeno avere una minima idea su cosa scrivere.

Ho pensato inoltre che il “Lo-Fi” del titolo di questo blog ben si adatta alle recensioni del Commodore 64

Una breve panoramica sulle recensioni già pubblicate nella piattaforma “WordPress” (Cliccando sulle immagini si vola dritti al link della recensione):

 

Mental Moons

(Recensito il 2 Novembre 2007)

First Division Manager

(Recensito il 2 Novembre 2007)

2K Fighter

(Recensito il  4 Novembre 2007)

Nebulus

(Recensito il 4 Novembre 2007)

Radax

(Recensito il 15 Dicembre 2007)

Rags To Riches – Escalation

(Recensito il 18 Novembre 2013)

I Play 3D Tennis

(Recensito il 20 Novembre 2013)

Emlyn Hughes International Soccer

(Recensito il 29 Novembre 2013)

Bocce

(Recensito il 5 Dicembre 2013)

Stix

(Recensito il 9 Dicembre 2013)

Bubble Bobble

(Recensito l’11 Dicembre 2013)

Tripletta per l’Incompetente

13 dicembre 2013

Ah, se non ci fosse l’Incompetente questo blog avrebbe le ragnatele. Purtroppo in questo periodo non riesco a trovare alcunchè di gradevole in campo musicale, ma fortunatamente l’Incompetente non riposa mai e lascio nuovamente quindi a lui questo spazio per parlare di Cinema, con ben tre recensioni riguardanti pellicole uscite quest’anno. Enjoy!

 

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ONLY GOD FORGIVES (2013)

di Nicolas Winding Refn con Ryan Gosling, Kristin Scott Thomas, Vithaya Pansringarm.

 

Ci risamo, il dinamico duo torna all’attacco. Ma riusciranno i nostri eroi a continuare i fasti del celeberrimo Drive? Chi lo sa. Ma forse al regista danese leggere i giornali non ha fatto così bene. Refn, magari per non giocare troppo in attacco, affida a Gosling più o meno lo stesso personaggio che ha tanto impressionato durante il primo lavoro dei due. Quindi ci troviamo di fronte al classico uomo tormentato, taciturno, introverso e in lotta con la sua posizione nel mondo. A cambiare tutto è il contesto nel quale inserisce la storia e la visione periferica che questo atipico protagonista ha della vicenda. Questo è un film di vendetta alla orientale, in cui i due grandi rivali sono il poliziotto giustiziere e la madre del Gosling. E qua sta la prima menzione d’onore per Refn, che semplicemente spostando gli equilibri, offre allo spettatore un’immagine completamente diversa del biondo eroe di Drive, restituendo una figura sottomessa e poco incline all’azione (uno sfigato insomma). Non essendo al centro della storia, quindi, non ne è propriamente un protagonista, quanto uno spettatore attivo che entra nel cono di luce dei duellanti, ma non pare affatto decisivo nella contesa. Come accennato, questo è un film orientale (o quantomeno cerca di esserlo). Ambientato in Thailandaia, le locations scelte in realtà possono far pensare a una Honk Kong o anche a una Tokyo, tanto per dire che il luogo in se non è importante. Lo è l’influenza orientale sulla storia e sui personaggi. Ovviamente il detective Chang in primis. Superbamente interpretato da Pansringarm, rappresenta il bene assoluto se vogliamo, ma in quella forma sanguinaria che tanti B-Movie dagli occhi a mandorla hanno portato sullo schermo. A far da nemesi a costui c’è la magnifica Scott-Thomas, decisamente sopra le righe e grande inteprete ancora una volta. Certo, il punto è, siamo di fornte a un nuovo Drtive o addirittura a qualcosa di meglio?. Beh, la messa in scena di Refn non si discute. La fotografia è, come la volta scorsa, spettacolare (lui dice a causa del daltonismo che gli consente di distinguere solo il rosso, ma secondo me son cazzate). Le lunghe inquadrature dallo stampo onirico, messe in mostra quando Julian-Gosling si ritrae in se stesso, ricordano Lynch (anche se lui ha omaggiato Jodorwsky nei titoli di coda). La gestione della telecamera è al solito impeccabile. Torna anche quella violenza che a volte si esplicita in tutta la sua crudeltà, mentre in alti momenti pare nascosta da un velo di pudore. Insomma, da vedere è un vero spettacolo per gli occhi. Ed è un vero peccato non poter dire altrettanto per le mie palle. Eh si, perchè alla dodicesima ripetuta della porta che si avvicina a una lentezza esasperante, il rumore della crepa che si apriva nei testicoli ha risuonato forte e chiaro. E qui vien fuori la magagna. Drive a me piacque soprattutto per gli insermenti che denotavano ricercatezza in una storia da film di genere. A colpirmi fu la capacità del regista di donare stile a un bel film, arricchendone con la sua capacità i contenuti emotivi. E lui deve aver capito che molte persone l’hanno pensata come me, così ha finito per calcare la mano. La scelta dell’oriente gli ha fornito la scusa per dilatare i tempi, ma poi ci ha ricamato troppo sopra, lasciando che le immagini parlassero, ma senza dire sostanzialmente nulla. Si bello il quadro, belle le prospettive, belle le ricerche, ma sostanzialmente inutili ai fini narrativi (non sempre, anzi raramente, però quando succede è evidente). E a me , quando un regsita dimentica la storia e si gira verso la telecamera per dirmi quanto è bravo, fa girare i coglioni. Detto ciò non è un brutto film. A patto di accettare la noia come componente integrata di questo lavoro (e non vedo perchè qualcuno dovrebbe farlo). Alla fine i suoi momenti li ha, le trovate ci sono, e il feticcio, pur non spostando il suo registro attoriale, viene messo in una situazione completamente diversa.

Da, però, vedere solo se si è nel giusto mood.

 

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LA GRANDE BELLEZZA (2013)

di Paolo Sorrentino con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli

Sorrentino decide di portare in scena la sua versione di Roma. E lo fa attraverso gli occhi di uno scrittore con all’attivo un solo romanzo di gioventù  e che, giunto ai 65 anni di vita, ritiene di fare quasi un bilancio.
La società che descrive è volgare e decadente, piena di vizi, di feste e deturpata dal pettegolezzo, in cui tutti sanno tutto di tutti e ogni mossa viene giudicata analiticiamente. Tra feste e follie, non c’è quasi spazio per i sentimenti naturali, soffocati dietro a etichette severe e forse nemmeno realmente provati.
Servillo, come è giusto che sia, fa la parte del leone, in quanto fornitore di una prova perfetta, grazie a un personaggio disegnato benissimo. E se Verdone si dimostra buona spalla in un film che non lo vede, per una volta, protagonista, la Ferilli si dimostra attricetta da Fiction, incapace di uscire dallo stereotipo da romana che si è cucita addosso. Ma anche in questo Sorrentino ci ha visto giusto, in quanto la pochezza della società che egli vuole descrivere è ben rappresentata dall’inefficenza artistica della popputa Sabrinona.
Detto ciò, non si può dire che questo sia un film lineare. Per tutta la prima parte le sequnze saltano da una parte all’altra e non si capisce molto di quello che si sta vedendo. In certe fasi, questo continuo cambiare prospettiva, unito a dei personaggi persino troppo caricati (in alcuni casi), mi ha fatto pensare a un vecchio film di Jodorvsky (la montagna sacra).
Il Paolo ama giocare con la cinepresa e qui si nota in modo molto accentuato, con riprese al contrario, carrellate e lunghi utilizzi di dolly. Nonostante tutte queste follie e nonostante alcune sequenze siano decisamente troppo lunghe e reiterate (vedi la festa all’inizio film), piano piano si riesce ad entrare in empatia col personaggio principale, l’unico che dia l’idea di essere ancorato alla realtà.
Una cosa che non ho gradito affatto, invece, è l’utilizzo della grafica computerizzata per la realizzazione degli animali. Le animazioni e l’implementazione con la pellicola sono realizzati davvero male, fornendo un paio di scene di livello proprio basso, per un film che non se lo sarebbe meritato.

Non il mio film preferito di questo regista, che in atri lavori dimostrò più concretezza. A tratti stanca, anche per l’utilizzo di sequenze troppo lunghe. Però il complesso funziona e un’occhiata se la merita.

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WORLD WAR Z (2013)

di Marc Forster con Brad Pitt, Fana Mokoena, David Morse, Pierfrancesco Favino

La prima scelta perpetrata da Marc Forster che risalta all’attenzione è l’idea di proiettare subito i protagonisti all’interno dell’azione. Sfruttando i titoli di testa e infarcendoli di immagini televisive accompagnate dall’enfatica musica introduttiva, infatti, il regista spiega per sommi capi che sta avvendendo qualcosa di strano al mondo e dopo cinque minuti, i nostri eroi vengono si trovano faccia a faccia con questa anomalia.
Ma di cosa sto parlando precisamente? Come il titolo lascia supporre, abbiamo a che fare nientemeno che con gli zombi! Eh già , son tornati e ne hanno per tutti. Intendiamoci, bisogna dimenticarsi l’ideale classico del morto vivente: questi si trasformano in pochi secondi e sono veloci e potenti come i felini della savana africana.
Queste prime impostazioni stilistiche fanno virare il film lontano dai canoni a cui siamo soliti adattarci nelle storie di non-morti. In effetti è l’azione il vero filo conduttore della trama e (grazie anche a un non trascurabile fattore: ci ha messo i soldi) Brad Pitt si dedica a un’avventura in pieno stile ninetees, con tanto di fucile in spalla e testosterone annesso. E per non sbagliare, gli sceneggiatori tolgono di scena in fretta e furia chiunque possa dargli una mano, in modo da lasciarlo praticamente solo a dare la sua idea di Last Action Hero.
Va da se che i ritmi si fanno serrati dal minuto 5 e si mantegono piuttosto costanti per tutta la durata del film. Ciò nonostante (o forse proprio per questo, visto che alla fine ci si abitua a tutto), da un certo punto in poi quest’opera pare piantarsi. Pur continuando a far succedere tante cose e, tutto sommato, a divertire, il tempo si sospende e pare non passare mai. Poco male comunque, è un film che sta sotto le due ore e per un blockbuster del 2013 questa è già una notizia.
A dire il vero qualche tentativo di riportare i mostriciattoli nel loro alveo naturale è anche stato fatto: in alcuni momenti, specialmente nelle sequenze girate nei corridoi, l’idea di mettere tensione con rumori lontani e cattivi che spuntano dall’oscurità, si palesa. Il problema è che più che omaggiare i classici del genrere horror, sembra strizzare l’occhiolino ai videogiochi, con schemi ben collaudaiti e nemici dai pattern sequenziati che vengono superati dopo un breve studio dei movimenti. Inoltre qualcuno dovrebbe spiegarmi perchè i neon sfarfallano dopo nemmeno un giorno dall’inizio dei cazzi: ok che esteticamente rende anche l’idea, ma il  mondo è attaccato dagli zombi e non da un branco di elettricisti impazziti armati di cercafase. O no?
Detto questo, le scene spettacolari per davvero non mancano. Pur inficiate da una CGI che spesso si fa notare un pò troppo, le riprese aeree danno l’idea che devono dare: e cioè di un pianeta allo sfacelo più totale in cui poche cose si salvano (cosa che stride un pò con certe situazioni che si manifesteranno poi, ma pazienza). In particolare l’attacco a Gerusalemme restituisce bene la figura di questi morti viventi, che , a onor del vero, attaccano in modo molto spettacolare e sono forse i personaggi migliori del film.
Infatti, a parte zombi e Pitt, poco altro riesce a rimanere in verticale: intanto la famiglia di Pitt è uno dei nuclei più noiosi e piagnucoloni dell’intero universo cinematografico. Ho sperato che l’epidemia si portasse via tutti fin dalle prime sequenze. Poi è da segnalare la mancanza di coraggio: quando si sarebbe potuto affondare il coltello nel ventre morbido del buonismo becero, il regista (o chi per lui) ha tirato sistematicamente indietro la mano, tanto che, per esempio, non si vede un solo bambino zombi per tutta la pellicola.
Ma dove questo lavoro ha commesso il suo errore, a parer mio, più grande, è proprio nell’impostazione della storia. Un buon action anni 90 per funzionare ha bisogno di un pò di sana ironia e della capacità di non prendersi troppo sul serio (presente Die Hard?). Qui invece tutto viene trattato con il massimo della serietà, infilandoci anche discorsi pseudo filosofici e pseudo politici che, si percepisce proprio a livello epidermico, non hanno nulla a che fare con quello che va in scena.

Non che sia un film pessimo alla fine. Diverte e intrattiene il giusto. Ma se si fosse accontentato di questo, avrebbe raggiunto un livello ancora più alto. E’ quel desiderio di fare sempre gli intellettuali che ci manderà in rovina.

L’Incompetente


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